Diana e Charles Spencer: i rimpianti che il memoir mette a nudo
Nel libro di Charles Spencer riemergono l’infanzia condivisa con Diana, i pranzi lontani dai riflettori, le rotture familiari e il rammarico finale per non averle dato più sostegno.
Il passaggio più doloroso del memoir non riguarda i Windsor, ma il momento in cui Charles Spencer capisce di aver perso per sempre la sorella con cui aveva diviso l’infanzia. È da lì che prende forma il ritratto più intimo di Diana nel libro in libreria per Mondadori.
La bambina che contava più della principessa
In Canto del cigno. Diana, mia sorella, Spencer ricorda il volo di ritorno a Londra dopo la morte della principessa del Galles. Nel buio dell’aereo, scrive, non pensava alla figura pubblica seguita da tutto il mondo, bensì alla bambina cresciuta al suo fianco. In casa, quando lui era ancora piccolo e Sarah e Jane erano già in collegio, per le tate erano semplicemente “Diana e Charles”.
Da quell’inizio condiviso si allarga un quadro fatto di quotidianità comune: Park House, la colazione con la tata, le uscite verso scuola e persino i giochi in giardino. Diana, racconta il fratello, mostrava da subito un tratto protettivo, come quando al primo giorno di scuola andò a vedere se lui stesse bene e tornò rassicurata nella sua classe.
Vicini, ma non sempre in sintonia
La loro relazione, però, non restò sempre lineare. Spencer spiega che tra lui e Diana ci furono fasi fredde, discussioni e settimane senza parlarsi; in alcuni casi il silenzio durò perfino mesi. Le frizioni emersero anche quando lei chiese al fratello di collaborare al lavoro segreto di Andrew Morton: lui accettò di raccontare l’infanzia, ma rifiutò di entrare nella vita adulta della sorella. Quando poi parlò delle difficoltà scolastiche di Diana, lei interpretò quelle parole come un tradimento.
Un’altra rottura più profonda arrivò con la Garden House, la casa nel parco di Althorp che Diana desiderava per sé e per William e Harry. Spencer inizialmente disse sì, ma poi fece marcia indietro per le osservazioni della polizia sulla sicurezza e per le ricadute sulla propria famiglia. Diana reagì con durezza; in quell’occasione, racconta il fratello, gli fece sapere attraverso la segretaria che a chiamarlo era “la principessa del Galles”.
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I pranzi lontani dai riflettori
Il memoir, però, non insiste solo sugli scontri. Nei periodi più sereni, Diana andava spesso a pranzo a Londra dal fratello, dove trovava un clima più leggero. Charles preparava piatti semplici, tra cui per un periodo il pollo sfilacciato con maionese, e lei poteva lasciare fuori dalla porta doveri, matrimonio e pressione pubblica. Quando uscivano, però, la normalità era più fragile: un fotografo li intercettò all’esterno di un ristorante che aveva promesso discrezione, e Diana reagì con meno sorpresa di lui.
Spencer ricorda anche il cambiamento della sorella tra il 1977 e il 1978: non era più soltanto la “Duch” di casa, ma una ragazza capace di attirare l’attenzione con sicurezza e ironia. Più tardi, quando lei passava a Kensington Palace, l’accoglienza restava quella di sempre: Diana entrava con entusiasmo, chiedeva novità e voleva sentire pettegolezzi e battute.
Alla fine, però, il giudizio più severo è rivolto a se stesso. Il fratello ammette di averla aiutata in alcune battaglie legali e nei rapporti con i giornali, ma conclude che avrebbe potuto fare di più. In un passaggio del libro arriva anche a dire: “Avrei potuto e dovuto fare di più”.
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