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Lifestyle 4 min di lettura2 ore fa

Diagnosi autoimmuni, per le donne il percorso può raddoppiare: i dati

Il risultato più delicato della ricerca non è soltanto la differenza tra uomini e donne, ma il modo in cui deve essere interpretato.

Il risultato più delicato della ricerca non è soltanto la differenza tra uomini e donne, ma il modo in cui deve essere interpretato. Il lavoro raccoglie infatti testimonianze retrospettive all’interno di uno studio osservazionale trasversale: descrive esperienze e associazioni, senza dimostrare da solo che un pregiudizio sia la causa di ogni ritardo diagnostico.

Gli autori invitano comunque a considerare con attenzione l’ipotesi che alcuni disturbi riferiti dalle pazienti vengano ricondotti troppo presto alla sfera emotiva. Ansia e depressione restano condizioni reali e possono accompagnare una patologia autoimmune; il problema nasce quando una prima spiegazione psicologica non viene più verificata nonostante i sintomi persistano o cambino.

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Il campione comprende malattie diverse

L’analisi ha preso in esame 6.607 persone alle quali era stata diagnosticata una malattia autoimmune. Il questionario chiedeva di ricostruire le tappe precedenti alla diagnosi, dai pareri ricevuti al numero di visite, fino all’intervallo trascorso dalla comparsa dei primi segnali.

La composizione dei due gruppi non era identica. Tra le donne, quasi il 25% conviveva con una patologia autoimmune della tiroide, come la tiroidite di Hashimoto o il morbo di Graves-Basedow, mentre circa una su sette aveva il lupus eritematoso sistemico. Nel gruppo maschile risultavano invece più rappresentate l’artrite reumatoide, alcune vasculiti e la sindrome da anticorpi antifosfolipidi.

Questa distribuzione va tenuta presente quando si leggono i risultati: le diverse malattie possono avere manifestazioni e difficoltà di riconoscimento non sovrapponibili. La stanchezza associata a una ridotta attività della tiroide, per esempio, può comparire insieme ad aumento di peso, maggiore sensibilità al freddo e problemi di concentrazione; il lupus può interessare più organi e produrre dolori articolari, affaticamento o eruzioni cutanee.


Quando la spiegazione psicologica prevale

Nel gruppo femminile, il 43% delle partecipanti ha riferito che i sintomi erano stati collegati inizialmente a una causa psichiatrica. Tra gli uomini la quota era del 33%. Una differenza analoga emerge per le diagnosi psicosomatiche, indicate dal 34% delle donne e dal 22% degli uomini.

Dopo aver tenuto conto di età, area geografica, situazione economica e categoria di malattia, la probabilità relativa di riferire una precedente diagnosi psichiatrica non corretta risultava più alta del 46% tra le donne. Per le attribuzioni psicosomatiche il divario relativo saliva al 74%.

Quest’ultimo dato non significa che il 74% delle pazienti avesse ricevuto una diagnosi errata. Indica invece che, nel campione considerato e dopo gli aggiustamenti statistici, la frequenza relativa di quella esperienza era maggiore rispetto a quella osservata negli uomini.


I sintomi possono confondere il percorso

Le malattie autoimmuni compaiono quando il sistema immunitario attacca componenti dell’organismo invece di limitarne la protezione. Nelle fasi iniziali, però, i segnali possono essere generici: dolori muscolari o articolari, stanchezza che non si risolve con il riposo, sonno alterato, difficoltà cognitive e cambiamenti dell’umore possono dipendere da molte condizioni.

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Gli esami eseguiti all’inizio non sempre chiariscono subito l’origine dei disturbi. Alcune patologie avanzano lentamente, mentre altre alternano fasi di attività a periodi in cui i sintomi si attenuano; per questo l’insieme dei segnali e la loro evoluzione possono essere più informativi di una singola manifestazione.

La presenza di questi disturbi, da sola, non permette di riconoscere una malattia autoimmune. La valutazione deve integrare quadro clinico, andamento nel tempo ed eventuali accertamenti mirati, senza escludere automaticamente né una componente psicologica né una causa organica.


Per le donne attese più lunghe

Anche la durata del percorso diagnostico mostra una differenza. L’intervallo indicato più spesso dagli uomini tra i primi sintomi e la diagnosi era inferiore a tre mesi; tra le donne, invece, la fascia riportata con maggiore frequenza andava da uno a due anni.

Le cifre non descrivono ogni singola esperienza: non tutte le donne hanno aspettato uno o due anni e non tutti gli uomini hanno ottenuto rapidamente una risposta. Indicano però una diversa distribuzione delle attese nel campione, insieme a un numero più elevato di consulti sanitari riferito dalle partecipanti.

Melanie Sloan, coordinatrice della ricerca, ha sottolineato nella comunicazione dell’Università di Cambridge che molte patologie autoimmuni sono difficili da individuare all’esordio. Secondo la ricercatrice, i dati suggeriscono che alle difficoltà proprie della diagnosi possano sommarsi ulteriori ostacoli nel caso delle pazienti.


Lo studio e il nodo dei pregiudizi

La ricerca è stata realizzata dalle Università di Cambridge e dell’East Anglia e pubblicata il 13 ottobre 2026 su eClinicalMedicine, rivista del gruppo The Lancet. Il lavoro ha confrontato i racconti dei pazienti sulle valutazioni iniziali, sui tempi e sui passaggi compiuti prima di arrivare alla diagnosi autoimmune.

Gli autori collegano una parte delle differenze osservate alla possibile persistenza di schemi interpretativi che tendono a leggere più facilmente i sintomi femminili come espressione di disagio emotivo. Il risultato, tuttavia, non autorizza a trasformare questa ipotesi in una conclusione definitiva: i dati mostrano una disparità nelle esperienze riferite, non stabiliscono da soli l’origine di ogni singolo ritardo.

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