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Lifestyle 4 min di lettura2 ore fa

Davide Cavallo, la scelta che spiazza: «Il rancore mi avrebbe distrutto

Dopo l’aggressione subita a Milano, il giovane studente racconta la disabilità, il confronto con i cinque responsabili e la forza trovata nella fede e nel perdono.

La fede è diventata per Davide Cavallo una presenza concreta nei mesi più difficili. In rianimazione poteva entrare soltanto un crocifisso portatogli dalla madre: rimase accanto a lui per tutta la degenza, tanto che un’infermiera lo rincorse quando fu dimesso per restituirglielo. Anche le preghiere ricevute dalla comunità religiosa frequentata dalla madre, racconta, gli sono sembrate una forma reale di sostegno.

La famiglia, aggiunge, è stata decisiva. In ospedale si sentiva limitato e isolato, ma i suoi cari non gli sono mai mancati. Oggi prova a vivere con maggiore riconoscenza ogni possibilità, compresa quella di uscire e continuare le proprie attività, pur ammettendo che la sera presta più attenzione di prima.


Tornare a muoversi resta il desiderio

Ballare, correre e muoversi sono attività che Davide vorrebbe recuperare pienamente. Prima dell’aggressione non si era mai soffermato sul loro valore; soltanto dopo aver perso parte della propria agilità ha compreso quanto fossero centrali nella sua vita. Il percorso fisico, tuttavia, non si è fermato: i progressi sono stati numerosi, anche se le difficoltà più rilevanti non sono sempre visibili.

A risentirne sono soprattutto la sensibilità, gli organi e la muscolatura profonda. Il movimento lo affatica, ma è tornato; diverso è il rapporto con le sensazioni, che possono ingannarlo: un oggetto percepito come caldo può essere freddo e la posizione del corpo non sempre coincide con quella reale. Anche un contatto vicino alla ferita, soprattutto alle spalle, può provocargli ansia e una reazione improvvisa.


Il corpo cambia, la mente si concentra

Davide dice di non considerare la disabilità soltanto come una parte danneggiata. La interpreta anche come una condizione che gli impone cura e attenzione. Dal punto di vista neurologico, spiega, il recupero è stato molto positivo, pur restando segnato da conseguenze permanenti.

La nuova condizione ha modificato anche il suo modo di stare nel presente. Prima passava rapidamente da un pensiero all’altro, mentre ora deve concentrarsi su ciò che sta facendo e su ciò che sente. Questa attenzione continua, secondo lui, lo ha reso più centrato e gli ha fatto abbandonare quella ricerca frenetica di esperienze che spesso accompagna la giovinezza.


Guardarsi per capire il danno

L’incontro con i cinque ragazzi coinvolti nell’aggressione è stato per Davide un passaggio concreto, non soltanto simbolico. Ha voluto stringere loro la mano e abbracciarli anche per dimostrare al proprio corpo che quelle persone non rappresentavano più una minaccia: erano esseri umani come lui. Il confronto, però, non è stato una cancellazione della sofferenza.

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Prima di parlare di affetto o perdono, ha spiegato loro quanto fosse grave la sua situazione. Voleva che lo guardassero direttamente e comprendessero le conseguenze delle proprie azioni. «La punizione è capire il male che hai fatto», ha detto, sostenendo che la distanza può separare un gesto dai suoi effetti e impedire di coglierne davvero la portata.


Perdonare non significa dimenticare

Davide non nega di avere provato rabbia, né esclude che possa tornare. Distingue però la collera nata dall’evento da quella rivolta contro le conseguenze che ancora porta con sé. A suo giudizio, il rancore avrebbe finito per imprigionarlo: «Vivere nel rancore mi avrebbe condannato».

Il perdono, nella sua prospettiva, è nato dal riconoscimento dell’umanità dei responsabili e della possibilità che cambino direzione. Non crede che possano comprendere fino in fondo ciò che ha vissuto, perché per farlo avrebbero dovuto trascorrere quel periodo accanto a lui. Tuttavia, osserva, tutti hanno intrapreso almeno un percorso e anche un progresso minimo può avere valore, se conduce verso scelte diverse.


Una notte senza ricordi

Dell’aggressione Davide non conserva una memoria precisa. Ricorda soltanto alcuni frammenti legati alle ore precedenti: una telefonata interrotta con un amico e la scelta di un maglioncino verde, che forse contribuì a proteggerlo. Poi c’è il vuoto, seguito da immagini confuse dell’ospedale e da una terapia intensiva vissuta tra farmaci, allucinazioni e la percezione costante della morte.

I fatti risalgono all’alba del 12 ottobre 2025, nella zona di corso Como, a Milano. Davide, allora 21 anni e oggi 22, fu aggredito da cinque ragazzi, tre dei quali minorenni, durante un tentativo di rapina da 50 euro. Due coltellate gli provocarono una grave emorragia e una lesione neurologica con danni permanenti.

Oggi studia alla Bocconi e prova a trasformare quell’esperienza in un aiuto per altri giovani. Si è dichiarato disponibile a partecipare a un percorso di giustizia riparativa e spera che tutti e cinque possano costruire un futuro diverso. «Quando non si può fare niente per qualcuno, bisogna pregare», sostiene: anche se non si condivide la sua fede, aggiunge, la preghiera può aiutare chi la pronuncia a non sentirsi impotente.

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