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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Caso Siher, l’attacco di Meloni divide accusa e giudici

L’ordinanza del gip esclude inviti alla violenza e richiama i limiti del carcere prima del processo.

La giudice milanese che ha rimesso in libertà Youssef Siher è stata definita «vergognosa» da Giorgia Meloni. L’ordinanza, però, esclude che nei contenuti esaminati ci fossero inviti alla violenza.

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Che cosa dice l’ordinanza

Siher, ricercatore, è accusato di aver amministrato il canale Telegram «Movimento 17 ottobre», ritenuto dalla presidente del Consiglio legato alle proteste sfociate nelle devastazioni di Milano. Gli atti giudiziari raccontano però una sequenza diversa: la pagina sarebbe comparsa la sera del 18 ottobre, dopo i disordini avvenuti tra il 17 e il 18.

Alla persona indagata, inoltre, non vengono contestate direttamente quelle devastazioni. L’ipotesi formulata dalla procura riguarda invece l’istigazione a delinquere aggravata dal terrorismo. Nelle 37 pagine dell’ordinanza, la giudice osserva che i messaggi non contengono appelli alla violenza e che le devastazioni non vi sono citate; i post richiamerebbero piuttosto forme di disobbedienza civile.

Per la custodia cautelare servono gravi indizi di colpevolezza, anche prima dell’inizio del processo. Secondo la giudice, in questo caso gli elementi raccolti non raggiungevano quella soglia. Da qui la decisione di non mantenere Siher in carcere.


Il doppio controllo sulla libertà

Il pubblico ministero può chiedere l’arresto o la permanenza in carcere di una persona, ma la sua valutazione non è definitiva. La richiesta deve essere esaminata in tempi brevi da un gip, chiamato a verificare se l’accusa sia sostenuta da elementi sufficienti e se la misura sia legittima.

Questo meccanismo deriva dalla tutela della libertà personale prevista dall’articolo 13 della Costituzione. Le forze dell’ordine raccolgono gli elementi e intervengono sul territorio; il giudice verifica invece se quei dati consentano di privare qualcuno della libertà prima della sentenza. Il controllo non rappresenta un’umiliazione per chi indaga: serve anche a impedire che un errore investigativo produca una detenzione ingiustificata.

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Meloni ha parlato di una «mortificazione insopportabile» per le forze dell’ordine. Il suo giudizio, espresso in un video diffuso il 28 ottobre, ha però presentato la scarcerazione come se riguardasse una persona già indicata dall’ordinanza quale responsabile di atti violenti. Il provvedimento giudiziario sostiene invece che non sono emerse prove di incitamento.


Il peso delle accuse politiche

La vicenda contraddice anche uno degli argomenti usati durante il referendum di marzo sulla separazione delle carriere: secondo i sostenitori del Sì, i gip seguirebbero abitualmente le richieste dei pm. La scelta della giudice milanese mostra invece che il controllo può portare a respingere la posizione della procura.

Quando una presidente del Consiglio definisce «vergognosa» una decisione giudiziaria, le sue parole raggiungono un pubblico molto più ampio di quello di una normale critica. Il rischio è che il caso venga percepito come la liberazione di un terrorista, non come l’applicazione delle garanzie previste prima del processo, con conseguenze sull’autonomia della magistratura.

Il tema riguarda anche gli effetti dell’ultimo decreto sicurezza. Se un fermo o una richiesta di custodia non fossero sostenuti dagli elementi necessari, la situazione potrebbe coinvolgere chiunque: dal ragazzo che apre un gruppo online alla persona che pubblica un messaggio dai toni accesi. In casi simili, il controllo di un giudice indipendente dovrebbe stabilire se l’accusa può reggere.

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