Carlo Acutis, il film riaccende il caso dei miracoli: cosa sapere
La vicenda del giovane appassionato di tecnologia, morto a 15 anni, torna in tv tra guarigioni riconosciute, fede e attenzione all’uso del web.
La storia di Carlo Acutis arriva in prima serata il 27 settembre su Canale 5 con il film tv «Il mio nome è Carlo», interpretato da Samuele Carrino. La pellicola racconta il percorso di un adolescente vissuto tra computer, fede e vita quotidiana, diventato per molti il simbolo di una spiritualità possibile anche nell’era digitale.
Due guarigioni al centro del processo
Le testimonianze legate a Carlo iniziarono a circolare già dopo la sua morte, avvenuta il 14 ottobre 2006 per una leucemia fulminante. La madre Antonia Salzano riferisce di ricevere ancora oggi segnalazioni di persone convinte di aver ottenuto una grazia attraverso l’intercessione del figlio: «Ho testimonianze quotidiane».
Tra i primi episodi viene ricordata la vicenda di una donna che, durante il funerale del ragazzo, avrebbe iniziato a pregare Carlo prima di sottoporsi alla chemioterapia. In seguito, secondo il racconto familiare, il tumore sarebbe scomparso. Questo caso non è stato riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa, ma contribuì a far crescere la fama del giovane.
I due eventi esaminati e approvati nel percorso ecclesiastico sono invece differenti. Nel 2010, in Brasile, un bambino di sei anni con una rara malformazione del pancreas sarebbe guarito dopo aver toccato una reliquia di Acutis. Nel 2022, in Costa Rica, una studentessa vittima di una grave emorragia cerebrale dopo un incidente in bicicletta ha ricominciato a respirare autonomamente e a muoversi dopo il pellegrinaggio della madre alla tomba di Carlo, ad Assisi. Per la Chiesa si tratta di guarigioni non spiegabili scientificamente.
Un ragazzo normale con una fede fuori dal
Carlo viene descritto come un adolescente semplice, in jeans e scarpe sportive, ma molto interessato all’informatica. Fino agli ultimi giorni continuò a servirsi della rete per divulgare contenuti legati al cattolicesimo, un atteggiamento che gli è valso l’appellativo di «santo di Internet».
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La madre lo ricorda come una persona capace di unire la quotidianità a una forte dimensione spirituale. «Carlo ci ricorda che è possibile vivere la straordinarietà nell’ordinario», ha spiegato, sostenendo che mettere al centro l’amore per Dio e per gli altri consenta di cercare la santità anche nelle attività di ogni giorno.
La lezione sull’uso della tecnologia
Nella sua esperienza, la tecnologia non era considerata un nemico. Carlo riteneva invece che internet fosse un dono da utilizzare con responsabilità, senza permettere agli strumenti digitali di diventare il centro della vita.
A otto anni ricevette una PlayStation e, dopo aver riflettuto sui problemi di dipendenza dai videogiochi osservati tra molti giovani negli Stati Uniti, stabilì da solo un limite di un’ora alla settimana. Col tempo finì per giocare sempre meno. Anche quando utilizzava Messenger, allora molto diffuso, tendeva a spegnere il computer e a non lasciarsi assorbire.
Secondo Antonia Salzano, di fronte ai social network e a WhatsApp Carlo oggi inviterebbe soprattutto a recuperare il controllo sul proprio tempo: «Non diventate schiavi delle tecnologie». Il messaggio, ha aggiunto, riguarda la necessità di saper rifiutare ciò che finisce per guidare dall’esterno le scelte e le abitudini personali.
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