Caiazzo e Pino Daniele: la paura che ha acceso il film
Alla Festa del Cinema di Roma, Je so’ pazzo ricostruisce gli anni decisivi dell’artista, dalla famiglia al concerto del 1981, senza separare il talento dalle sue ferite
Interpretare Pino Daniele ha significato per Massimiliano Caiazzo confrontarsi con il timore di non essere credibile. Da questa difficoltà, però, l’attore ha ricavato una chiave per avvicinarsi al musicista: non copiarne la voce o i gesti, ma cercare l’uomo nascosto dietro il talento. È il percorso di Je so’ pazzo, il film di Nicola Prosatore presentato alla Festa del Cinema di Roma e nelle sale dal 15 ottobre.
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La paura diventa metodo di lavoro
Caiazzo ha affrontato il ruolo con una preparazione fisica impegnativa, arrivando a prendere oltre 20 chili, e con uno studio approfondito del canto e dello strumento. L’obiettivo, tuttavia, non era riprodurre Pino Daniele in modo meccanico: la voce originale dell’artista è stata mantenuta nelle parti musicali, perché per il regista e per l’interprete era impossibile sostituirla senza perdere autenticità.
«La paura di non essere all’altezza è stata una compagna di viaggio, quasi quotidiana», ha raccontato Caiazzo parlando del film. L’attore ha spiegato che proprio quella insicurezza lo ha spinto a lavorare con maggiore rigore, anche grazie alla disciplina maturata nello sport. L’ascolto di Uè Man, inserito nel contesto della sceneggiatura, è stato per lui il primo accesso emotivo alla storia.
Lo studio del canto è servito a comprendere il modo in cui Daniele portava la musica nel corpo, il rapporto con la chitarra e l’uso del respiro. Caiazzo ha sottolineato anche la straordinaria maturità del musicista: già tra i diciotto e i vent’anni, aveva scritto brani capaci di osservare il mondo con lucidità e sensibilità. Prosatore ha indicato Terra mia come esempio di quella precocità, accostando la forza dei testi a quella di Shakespeare.
Prima del mito c’è il ragazzo
Il film sceglie di fermarsi prima della trasformazione dell’artista in leggenda. Il punto d’arrivo è il concerto del 1981 in piazza del Plebiscito, seguito da circa 200 mila persone; il racconto parte invece da un giovane ancora alla ricerca di un’identità, di una casa emotiva e di un linguaggio musicale personale.
Prosatore, napoletano e originario dello stesso quartiere di Daniele, ha scelto di costruire un racconto di formazione più che una biografia musicale tradizionale. La musica non viene usata soltanto per ripercorrere i successi, ma come strumento per entrare nei sentimenti del protagonista. All’inizio, del resto, Daniele non pensava di diventare cantante: preferiva scrivere pezzi e suonare la chitarra.
La sua crescita passa attraverso le zie Lia e Bianca, interpretate da Monica Nappo e Antonia Truppo, il fratello Carmine, affidato a Mirko Della Vecchia, e un rapporto tormentato con il padre Gennaro, interpretato da Giovanni Ludeno. Quest’ultimo incarna un ambiente dal quale Pino cerca di allontanarsi, senza riuscire a cancellarne l’influenza. La sofferenza familiare resta così una presenza costante, più complessa di quella di un semplice antagonista.
Dorina custodisce la memoria privata
Nel film trova spazio anche Dorina Giangrande, corista e poi prima moglie di Daniele, interpretata da Mariasole Pollio. Dal loro matrimonio nacquero Alessandro e Cristina; Alessandro, in seguito, avrebbe lavorato come personal manager del padre e firmato il libro Pino Daniele. Tutto quello che mi ha dato emozione, da cui il progetto cinematografico prende spunto.
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La vicenda della seconda famiglia dell’artista, quella formata dopo la separazione da Dorina con Fabiola Sciabbarrasi e i figli Sara, Sofia e Francesco, non rientra invece nel film. La storia si concentra sugli anni precedenti al 1981 e sulla prima fase della vita privata e artistica del musicista.
La famiglia non ha seguito direttamente la lavorazione, ma ha contribuito alla ricerca di ricordi e testimonianze. Prosatore ha raccontato di aver parlato con Dorina per sette ore durante una telefonata del luglio 2024, raccogliendo episodi utili a ricostruire il carattere di Daniele. Secondo la testimonianza ricevuta, l’artista tendeva a mettere la propria arte davanti a ogni altra cosa.
Pollio ha spiegato di aver cercato di restituire a Dorina una personalità autonoma, oltre il ruolo di moglie di un musicista celebre. Nel film anche il cibo assume un valore preciso: non soltanto elemento quotidiano, ma memoria familiare e legame con le origini. Per Prosatore, quei gesti e quei sapori riflettono il mondo interiore di Pino.
Il talento nasce dalle ferite
Je so’ pazzo prova infine a mostrare il talento come il risultato di più forze: sensibilità, rabbia, esercizio costante e bisogno di trasformare il dolore in una forma espressiva. L’infanzia non viene trattata come un semplice antefatto, ma come il luogo in cui comincia a delinearsi l’artista.
Il padre resta il nodo più duro di questo percorso. Prosatore lo descrive come un uomo segnato dalla sofferenza e incapace di riconoscere fino in fondo il male provocato. Pino, invece, cresce cercando una direzione propria, sospeso tra la strada, la famiglia e il desiderio di inventare una musica nuova.
Il film, liberamente ispirato al libro di Alessandro Daniele, è prodotto da Filippo Valsecchi per Camfilm con Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution. Il suo interesse non sta soltanto nel ripercorrere l’origine delle prime canzoni o dei primi dischi, ma nel mostrare il lungo lavoro umano che precede il riconoscimento pubblico: prima del grande concerto, c’è un ragazzo che deve ancora trovare il coraggio di diventare se stesso.
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