Caccia, l’antropologo: «La morte resta il punto centrale»
Sergio Dalla Bernardina analizza motivazioni, linguaggio ecologista e rapporto tra il cacciatore e l’animale ucciso
Il Parlamento sta esaminando la riforma della legge 157 del 1992 sulla fauna selvatica e sull’attività venatoria. Il dibattito riporta al centro anche le ragioni per cui, ancora oggi, alcune persone scelgono di cacciare.
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Le ragioni della caccia
Il disegno di legge C. 2984, approvato dal Senato il 23 giugno 2026 e ora sottoposto alla Commissione Agricoltura della Camera, include la caccia tra le attività sportive e motorie. Una definizione che non coincide con il modo in cui molti cacciatori descrivono la propria esperienza, preferendo parlare di passione.
Secondo Sergio Dalla Bernardina, antropologo che studia da quarant’anni la cultura venatoria, le motivazioni sono cambiate nel corso del tempo e variano in base alle società. Procurarsi cibo, proteggere i raccolti, mostrare il proprio status, prepararsi alla guerra, cercare avventura, stare nella natura o divertirsi sono alcune delle ragioni associate alla caccia.
L’esperto invita a non considerare il cacciatore come una figura uniforme. Per alcuni si tratta di un passatempo, per altri di un’attività professionale o di un modo per esprimere una parte della propria identità. La spiegazione secondo cui l’uomo sarebbe naturalmente predatore, aggiunge, porta il praticante a vedere nella caccia una realizzazione della propria natura.
La passione e il richiamo
La parola «passione», osserva Dalla Bernardina, ha una storia legata sia all’amore sia alla religione. Chi si definisce un vero cacciatore tende a rappresentarsi come una persona chiamata da una vocazione particolare, difficilmente comprensibile da chi non condivide quell’esperienza.
«La passione per la caccia diventa un atto di fede. Gli iniziati capiscono, gli altri no», ha spiegato l’antropologo. Secondo la sua lettura, questa formula consente anche di sottrarre le motivazioni personali a un esame critico: il richiamo della foresta viene presentato come una forza alla quale non ci si può sottrarre.
Il ruolo della preda
Nel racconto pubblico della caccia, la morte dell’animale viene spesso messa in secondo piano. Dalla Bernardina ritiene invece che l’uccisione abbia un peso decisivo, anche se riconoscerlo apertamente è diventato difficile.
«Riconoscere che la morte dell’animale, nei suoi aspetti spettacolari, gioca un ruolo centrale è diventato indecente», ha detto. Il contrasto emerge anche nel modo in cui viene percepita la violenza della natura: scene di inseguimento e di morte sono accettate più facilmente quando l’animale che aggredisce è un leone o un ghepardo, anziché un essere umano.
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Il rapporto con la preda rimane quindi doppio. Il trofeo può essere custodito con rispetto e quasi venerato, perché rappresenta una sorta di restituzione o di riconoscenza; allo stesso tempo conserva il ricordo dell’eccitazione della caccia, della vittoria del cacciatore e della sconfitta dell’animale.
Natura, ecologia e tradizione
Per l’antropologo, amare la natura e voler uccidere un animale non sono necessariamente atteggiamenti incompatibili. Nel corso delle sue ricerche ha incontrato cacciatori capaci di attribuire all’ambiente un valore quasi sacro e, nello stesso tempo, di accettare senza rimorsi la dimensione tragica del rapporto tra esseri umani e altri animali.
Il linguaggio utilizzato oggi dal mondo venatorio insiste su concetti come tutela, territorio, selezione e gestione della fauna. Il cacciatore contemporaneo tende a presentarsi come qualcuno che regola gli equilibri naturali, non più soltanto come chi cerca selvaggina o pratica un’attività ricreativa.
Questa trasformazione non riguarda però tutti allo stesso modo. Dalla Bernardina ricorda che la sensibilità ecologica è cresciuta e che le riviste specializzate hanno contribuito a diffonderla, ma considera anacronistico attribuire la stessa consapevolezza anche ai cacciatori delle società rurali del passato. Allora gli animali selvatici erano spesso visti come minacce per i campi e per il bestiame.
Il mito del cacciatore ecologista
Nel suo libro L’invention du chasseur écologiste, Dalla Bernardina usa un titolo ironico per esaminare l’immagine del cacciatore come primo difensore dell’ambiente. In Francia le autorità venatorie hanno promosso da anni questa rappresentazione, sostenuta anche da alcuni studi basati sulle dichiarazioni dei cacciatori.
L’antropologo riconosce che una parte dei praticanti è cambiata, ma segnala la permanenza di comportamenti incompatibili con l’idea di tutela ambientale. Accanto a persone competenti e attente restano infatti cacciatori che danneggiano la segnaletica o trattano il territorio senza rispetto.
La tensione riguarda anche gli effetti concreti dell’attività: la dispersione del piombo, gli animali feriti e le condizioni dei cani impiegati durante le battute. Per questo il confronto sulla caccia finisce per coinvolgere anche il consumo di carne, gli allevamenti e il diritto attribuito agli esseri umani di disporre della vita degli altri animali.
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