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Lifestyle 2 min di lettura6 giorni fa

Borse, non solo moda: perché sono un “sé portatile

Nel libro di Antonio Mancinelli la borsa diventa una lente su identità, storia e bisogni quotidiani, fino al legame con Ötzi e con le forme più antiche del trasporto umano.

La borsa non è soltanto un accessorio da desiderare o da esibire. Nel racconto di Antonio Mancinelli, diventa piuttosto una piccola estensione della persona, un contenitore di oggetti, abitudini e tracce di vita che parla di noi quanto ciò che indossiamo.

Il punto di partenza è il volume La Borsa. 200 anni, 5 continenti, pubblicato da Marsilio Arte e presentato come un’indagine che attraversa moda, antropologia, sociologia e psicologia. Il libro sarà presentato il 26 settembre a Palazzo Morando, durante la Milano Fashion Week.


La borsa come identità da portare con sé

Mancinelli, firma della moda, descrive la borsa come uno spazio di confine: da un lato protegge ciò che mostriamo al mondo, dall’altro custodisce ciò che teniamo per noi. Dentro finiscono documenti, chiavi, cosmetici, farmaci, ricevute e piccoli talismani, elementi molto diversi ma accomunati da un tratto preciso: raccontano chi siamo.

Per questo, osserva l’autore, anche l’orgoglio con cui si mostra una borsa può trasformarsi in imbarazzo se il contenuto si riversa all’esterno. L’abito, in questa lettura, costruisce la figura pubblica; la borsa, invece, conserva le prove della vita quotidiana.


Un archivio di oggetti, non di marchi

Il libro contiene anche un saggio del filosofo Emanuele Coccia e contributi di Beatrice Manca. La selezione ruota intorno a 300 pezzi scelti tra gli 850 della collezione di Roberta Butti, ordinati non per epoca o per area geografica, ma secondo i momenti d’uso: il mattino, il lavoro, la sera, le cerimonie, il ballo.

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L’attenzione, spiega Mancinelli, non è rivolta soprattutto alle griffe. Ci sono borse appartenute a figure note come Jane Birkin e Raffaella Carrà, ma il taglio del volume valorizza soprattutto gli oggetti come strumenti condivisi, usati da celebrità e persone comuni senza distinzioni sostanziali.


Dalla preistoria a Ötzi

A sostenere questa lettura arriva anche un passaggio più antico della storia umana. L’autore richiama la Carrier Bag Theory, secondo cui il primo strumento creato dall’uomo potrebbe essere stato un recipiente e non un’arma: prima ancora di bastoni e pietre, i nostri antenati avrebbero inventato sacche e cesti per raccogliere, trasportare e cooperare.

Le prove dirette di borse preistoriche sono poche, ma Mancinelli cita un indizio significativo nell’Uomo del Similaun, Ötzi, la mummia naturale rinvenuta sulle Alpi e datata a oltre cinquemila anni fa. Tra gli oggetti trovati con lui compare una cintura con sacca cucita, considerata dall’autore una sorta di prima borsa della storia.

Da qui l’ultima conclusione del libro: mettere qualcosa in una borsa e portarlo con sé non è solo un gesto pratico, ma uno dei comportamenti più antichi dell’umanità. In questa prospettiva, la borsa diventa un “arto culturale” aggiuntivo, una soluzione inventata per compensare i limiti delle mani e ampliare ciò che possiamo trattenere, conservare e condividere.

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