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Lifestyle 5 min di lettura50 min fa

Bazzi, il lato oscuro del successo: «Sui social odio tutto

Nel nuovo romanzo Bestiola lo scrittore ripercorre il legame con Mirtilla e Purè, la diagnosi di ADHD, il dolore e il modo in cui la scrittura lo ha aiutato a cambiare prospettiva

Il successo letterario ha modificato soprattutto lo sguardo degli altri, non quello che Jonathan Bazzi ha di sé. Dopo lo Strega, le copertine e l’attenzione sui social, lo scrittore racconta di essersi sentito ancora la persona di prima, mentre chi lo incontra tende a sovrapporlo all’immagine pubblica costruita intorno ai suoi libri. Da qui nasce una frizione che alimenta anche il rapporto conflittuale con i social: «Passo la giornata chiuso in casa sui social a odiare tutto quello che vedo».

Questa distanza tra la percezione personale e quella esterna attraversa anche Bestiola, il terzo romanzo di Bazzi pubblicato da Mondadori. Il libro arriva sei anni dopo Febbre, finalista al Premio Strega, e quattro anni dopo Corpi minori, ma non si limita a raccontare la storia di due gatti Devon rex: attraverso Mirtilla e Purè, l’autore torna sulle proprie fragilità, sulla malattia, sui lutti e sul rapporto spesso difficile con il mondo editoriale.


La scrittura come forma di reazione

Per Bazzi, mettere le esperienze sulla pagina non significa cancellare ciò che accade, bensì sottrarsi alla posizione di chi lo subisce senza possibilità di risposta. La scrittura è diventata così uno spazio nel quale esercitare un potere diverso, capace di incidere almeno sul modo in cui gli eventi vengono compresi e condivisi.

Questa consapevolezza, maturata intorno ai trent’anni e prima della pubblicazione di Febbre, si lega all’idea che anche ciò che non si può evitare possa essere narrato. Nel libro lo scrittore descrive inoltre il ritorno alla pagina dopo un blocco durato tre anni: la vicinanza dei suoi animali avrebbe riaperto una dimensione affettiva che sentiva ormai irraggiungibile.


Mirtilla e Purè, una svolta privata

Prima dell’arrivo dei due gatti, Bazzi dice di essere stato concentrato quasi esclusivamente sulla propria identità e sul bisogno di capire che cosa diventare. La cura quotidiana degli animali ha spostato il baricentro: fame, salute, malattie e pericoli hanno imposto attenzione verso qualcuno diverso da lui.

Quel rapporto gli ha permesso di avvicinarsi all’idea dell’altro in una forma non basata sulle parole o sul ragionamento. Con gli esseri umani, spiega, la diffidenza era stata alimentata da esperienze dolorose; con Mirtilla e Purè, invece, ha imparato gradualmente la responsabilità. La piena consapevolezza di questo cambiamento è arrivata quando i gatti erano ormai molto avanti con gli anni, anche se Bazzi fatica a considerarli davvero vecchi.


Dall’alcol alla diagnosi di ADHD

Per lungo tempo le occasioni pubbliche hanno rappresentato una fonte di forte ansia. Durante il periodo di Febbre, prima di una serata con i finalisti dello Strega, seppe soltanto all’ultimo momento che avrebbe dovuto leggere alcuni passaggi del romanzo. La balbuzie rendeva la lettura ad alta voce particolarmente difficile e, poco prima dell’inizio, uscì senza avvertire nessuno per bere rapidamente una birra e riuscire a rientrare.

In altre circostanze aveva chiesto allo psichiatra lo Xanax, considerandolo un’alternativa all’alcol, al quale ricorreva per affrontare presentazioni e letture. Oggi, dopo la diagnosi di ADHD, assume metilfenidato, lo stesso principio attivo del Ritalin, e sostiene di non utilizzare più né alcol né Xanax. La prescrizione, effettuata con il ricettario per gli stupefacenti, continua però a provocare equivoci in farmacia.

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Il lutto ha cambiato la paura

Nel romanzo compare anche il ricordo del primo episodio che Bazzi ha interpretato come un possibile attacco di panico. Dopo una perdita avvertì la sensazione di stare per svenire, un’esperienza mai provata prima e vissuta inizialmente come un fenomeno esclusivamente fisico, anche se riconosce la probabile presenza di una componente emotiva.

La morte di Mirtilla ha avuto un effetto ancora più profondo. Era l’animale al quale si sentiva maggiormente legato e del quale avvertiva una responsabilità particolare. Averla vista morire lo ha costretto a guardare da vicino ciò da cui aveva sempre cercato di fuggire, riducendo, almeno in parte, il timore della propria fine: «Se l’ho visto fare a lei, allora posso farlo anch’io».


La nonna e le parole non dette

Un altro lutto riguarda la nonna, con cui i rapporti si erano interrotti da tempo. Bazzi mette in discussione l’idea secondo cui la morte dovrebbe cancellare automaticamente i conflitti e ricomporre ogni distanza. A suo giudizio, pensare che ogni ferita debba essere sanata prima della fine può diventare una semplificazione, oltre che un modo per evitare di misurarsi con il dolore.

La nonna gli rimproverava di raccontare all’esterno questioni familiari, ma lo scrittore rivendica il valore del parlare. In una cultura abituata a minimizzare e a nascondere ciò che accade dentro casa, rendere pubbliche le esperienze può indebolire vergogna e isolamento. Il riferimento all’HIV diventa, nel suo ragionamento, l’immagine di una luce capace di dissolvere le ombre alimentate da reticenze e mezze ammissioni.


Bestiola nasce da una perdita

Mirtilla ha vissuto con Bazzi per più di 16 anni ed è il punto d’origine del nuovo libro. La sua morte non viene trasformata in un semplice omaggio, ma in un’occasione per impedire che il vuoto cancelli tutto ciò che quella presenza ha rappresentato. Purè e Mirtilla, racconta l’autore, hanno avuto per lui qualcosa dei figli e qualcosa dei genitori: lo hanno educato alla cura e hanno continuato a modificarlo fino alla fine.

Bazzi ha scelto così di tornare alla narrativa dopo un lungo silenzio, usando il legame con i due Devon rex per costruire un autoritratto privo di protezioni. In Bestiola confluiscono il blocco creativo, il primo attacco di panico, il dolore per la nonna, l’ADHD e la difficoltà di abitare una notorietà che gli altri sembrano percepire più di quanto lui riesca a riconoscere in sé.

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