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Lifestyle 4 min di lettura53 min fa

Balbuzie, la voce che faceva paura diventa una forza: il racconto di Muscarà

Dalle umiliazioni subite a scuola alle strategie per evitare anche un semplice ordine al bar: Giovanni Muscarà racconta come la balbuzie abbia segnato la sua crescita.

Per Giovanni Muscarà, la balbuzie non era soltanto una difficoltà nel pronunciare alcune parole. Era il timore costante di essere deriso, il tentativo di evitare certe persone e persino la rinuncia a ordinare ciò che desiderava. Oggi, fondatore del Centro medico Vivavoce e tra gli autori di uno studio sul fenomeno, riconosce in quella sofferenza una delle radici della propria determinazione.

Il suo racconto è arrivato in occasione della Giornata internazionale di consapevolezza sulla balbuzie. Al centro c’è anche il cosiddetto voice shaming, cioè la discriminazione subita da chi manifesta difficoltà nel parlare: in Italia ne è stato vittima il 70,9% delle persone coinvolte nella ricerca.

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Quando parlare diventa una prova

Il primo episodio per Muscarà risale al primo giorno di scuola elementare, quando aveva sei anni. Mentre cercava di pronunciare una parola iniziata con “co”, una compagna lo imitò davanti agli altri. «Da quel momento ho iniziato ad associare la mia voce a qualcosa di doloroso e faticoso», ha raccontato.

In famiglia, però, trovava un atteggiamento diverso. I genitori si concentravano sui contenuti delle sue parole, non sulla fluidità con cui riusciva a esprimerle, e lo accompagnavano nei percorsi intrapresi senza farlo sentire inferiore. Il problema, spiega, nacque soprattutto nelle relazioni esterne alla casa, dove la sua voce veniva trasformata in un motivo di vergogna.

Muscarà tendeva anche a evitare l’argomento. Durante i blocchi non si limitava a ripetere suoni: avvertiva spasmi al volto e al collo, irrigidimenti e movimenti involontari, come battere il piede. Per questo cercava di nascondere la difficoltà invece di parlarne apertamente.


La derisione nasce soprattutto a scuola

I dati dello studio descrivono un quadro ricorrente. Il primo episodio di derisione si verifica mediamente intorno ai nove anni; l’imitazione della voce è la modalità più diffusa, con l’82,1%, mentre sguardi e risate raggiungono il 46,2%. Seguono i commenti offensivi, al 34,6%, e l’allontanamento dal gruppo, al 21,8%.

La scuola rappresenta l’ambiente principale in cui si verificano queste esperienze, con l’80,8% dei casi. Nel 92,3% delle situazioni gli autori sono compagni conosciuti, mentre gli adulti risultano coinvolti nel 6,4%. Alla ricerca hanno partecipato professionisti e studiosi dell’Ospedale Buzzi, dell’Università degli Studi di Milano, del Centro medico Vivavoce, dell’Università eCampus e dell’Università Vita-Salute San Raffaele.

Per Muscarà, la reazione degli insegnanti può cambiare profondamente il significato di ciò che accade. Alle elementari, la maestra Rosa rimproverò la compagna che lo aveva deriso e contribuì a creare un contesto rispettoso. Alle superiori, invece, durante la prima interrogazione, i compagni risero per tutta la prova e la docente non intervenne. «Non intervenendo, finì quasi per autorizzarla», ha spiegato.

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Le parole negate anche nella vita quotidiana

La paura del blocco condizionava anche scelte apparentemente insignificanti. Al bar, Muscarà desiderava un caffè corto e intenso, ma quando arrivava il momento di pronunciare quella parola sentiva la “c” fermarsi in gola. Così chiedeva un caffè lungo, pur non volendolo. A tavola, invece, poteva rinunciare alla pizza che preferiva e ordinare quella scelta dalla persona prima di lui, limitandosi a dire che andava bene anche per lui.

La stessa preoccupazione si estendeva molto oltre il momento presente. Da bambino, durante il matrimonio della zia, si chiedeva già come avrebbe pronunciato le proprie promesse nuziali. All’università, appena iscritto, pensava alla futura discussione di laurea. La balbuzie occupava quindi anche il pensiero di situazioni lontane, ancora prive di una data.

Non mancavano i periodi in cui riusciva a parlare con maggiore libertà. Il problema, tuttavia, era l’attesa del blocco successivo: bastava una nuova difficoltà per riattivare il timore e le strategie apprese nel tempo, come irrigidirsi, ripetere, sostituire una parola o scegliere il silenzio.


Dalla ferita alla nuova direzione

Le esperienze dolorose non si limitarono alla scuola. Muscarà ricorda un incontro con una ragazza che gli piaceva: nel momento in cui avrebbe dovuto presentarsi, non riuscì a pronunciare nulla, il volto si contrasse e lei reagì ridendo e allontanandosi. Episodi simili, anche meno evidenti dall’esterno, rimasero impressi nella sua memoria.

Nel suo racconto, la vita sembra divisa in due periodi: quello precedente ai ventinove anni e quello successivo. Oggi la balbuzie è diventata il centro del suo lavoro e, insieme, una fonte di soddisfazione. «Quella fatica si sia trasformata nella mia risorsa più grande sul piano caratteriale», ha detto, riferendosi alla capacità di resistere agli ostacoli e di continuare a inseguire i propri obiettivi.

La sua esperienza mostra anche quanto il sostegno degli adulti possa incidere sul modo in cui un bambino interpreta la propria voce. Accoglienza e rispetto non cancellano automaticamente la paura, ma possono impedire che una difficoltà comunicativa venga trasformata in una condanna sociale.

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