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Antonella Elia, il tumore borderline e l’utero preservato: cosa significa

Dopo l’intervento al Policlinico Gemelli di Roma, la showgirl ha raccontato la diagnosi e riacceso l’attenzione su prognosi, istologia e fertilità.

Antonella Elia ha comunicato di aver ricevuto una diagnosi di tumore borderline ovarico dopo l’intervento al Policlinico Gemelli di Roma. La showgirl, 62 anni, ha spiegato che le sono state asportate tube e ovaie, mentre l’utero è stato conservato: «Mi hanno tolto tube e ovaie ma mi hanno lasciato l’utero. Ma tutto è andato bene, meglio di come mi aspettavo, grazie del vostro affetto».

Nei giorni precedenti aveva raccontato di essere stata ricoverata per una formazione localizzata vicino a un ovaio, già conosciuta e successivamente modificatasi. Elia aveva inoltre ammesso di aver rinviato per circa un anno e mezzo alcuni controlli, compresi i marcatori tumorali, invitando a non trascurare gli accertamenti medici.


Una diagnosi diversa dal carcinoma

La definizione di tumore borderline indica una categoria specifica delle neoplasie ovariche. Queste lesioni mostrano alcune anomalie cellulari, ma in genere non presentano l’invasione distruttiva dei tessuti tipica dei carcinomi ovarici propriamente maligni.

La ginecologa Elisa Picardo, dell’ospedale Sant’Anna AOU Città della Salute e della Scienza di Torino e presidente di ACTO Piemonte, chiarisce che una formazione nella zona ovarica non equivale automaticamente a un tumore maligno. Tra le possibilità rientrano anche cisti funzionali, cisti endometriosiche, cistoadenomi benigni, teratomi maturi, lesioni tubariche o alterazioni non ginecologiche.

I tumori borderline, chiamati anche neoplasie a basso potenziale di malignità, non sono quindi semplici cisti benigne. Allo stesso tempo, nella maggior parte dei casi hanno un comportamento biologico meno aggressivo rispetto ai carcinomi invasivi e, quando vengono individuati precocemente, sono associati a una prognosi molto favorevole.

Il quadro non è però uguale per tutte le pazienti. Per stabilire il rischio e definire il percorso di cura occorre considerare il tipo istologico, l’estensione della malattia e l’eventuale presenza di impianti al di fuori dell’ovaio.


Esami utili, ma decide l’istologia

L’ecografia eseguita da personale esperto è uno degli strumenti principali per esaminare una massa ovarica e individuare eventuali elementi sospetti. In base al caso possono essere richieste anche la risonanza magnetica e analisi del sangue, inclusa la ricerca dei marcatori tumorali.

Nessun esame, tuttavia, consente da solo di stabilire con certezza se una formazione sia benigna, borderline o invasiva. Gli esami per immagini aiutano a stimare il rischio e a scegliere come procedere, ma la natura definitiva della lesione viene chiarita attraverso l’analisi del tessuto asportato.

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Durante l’operazione può essere eseguito un esame istologico estemporaneo. Un campione viene inviato rapidamente all’anatomopatologo e il risultato provvisorio può orientare il chirurgo nelle decisioni da prendere mentre l’intervento è ancora in corso.

Questo primo responso non sostituisce l’esame definitivo. L’analisi completa richiede infatti una valutazione più approfondita e, soprattutto nei tumori borderline, può modificare l’interpretazione iniziale quando la lesione è voluminosa o presenta aree con caratteristiche differenti.


L’utero conservato e il tema fertilità

Nelle donne in età fertile che desiderano una gravidanza, la strategia chirurgica può essere valutata anche in funzione della conservazione della capacità riproduttiva. Quando l’estensione e le caratteristiche della malattia lo permettono, si può prendere in considerazione un intervento che mantenga l’utero e almeno una parte del tessuto ovarico funzionante.

Nel caso raccontato da Antonella Elia, l’utero è stato lasciato integro, mentre sono state rimosse tube e ovaie. La possibilità di adottare un approccio conservativo non è però automatica: dipende dalle caratteristiche della lesione e dal quadro emerso durante l’intervento e dall’esame istologico.

Una prognosi generalmente positiva non esclude la possibilità che la malattia ritorni. Come sottolinea Picardo, i tumori borderline possono recidivare anche dopo la chirurgia e, in alcune circostanze, la ricomparsa può avvenire molti anni dopo la prima diagnosi.

Per questo la conclusione dell’operazione non coincide con la fine del percorso. Il risultato istologico definitivo serve a definire la diagnosi, valutare la prognosi e stabilire quali controlli programmare successivamente.

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