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Lifestyle 3 min di lettura1 ora fa

Ahmed cammina ancora: il dolore di Ibrahim dopo Gaza

Dalla fuga tra le bombe alle protesi in Italia, il racconto di un uomo che ha perso gran parte della famiglia e continua a guardare al futuro del nipote.

Nella Striscia di Gaza, le vittime palestinesi dell’offensiva israeliana sono almeno 74mila dal 7 ottobre 2023; quasi 1500 di loro sarebbero morte dopo la tregua del 10 ottobre 2025. Secondo i rapporti di Onu, Unione europea e Banca Mondiale, per ricostruire il territorio occorrerebbero 71,4 miliardi in dieci anni, di cui 26,3 nei primi 18 mesi. Più della metà degli ospedali non è operativa e lo sviluppo umano ha subito un arretramento stimato in 77 anni.


Il futuro di Ahmed passa dall’Italia

In questo scenario, Ibrahim Abu Amsa prova a ricominciare lontano da Gaza. In Italia il nipote Ahmed ha ricevuto le cure e le protesi necessarie dopo aver perso entrambe le gambe: oggi frequenta la prima elementare, parla italiano e ama andare al mare, un luogo che gli fa pensare alla sua terra d’origine.

«Dico sempre che se non fossi nato palestinese, avrei voluto essere italiano», racconta Ibrahim. La sua felicità per i progressi del bambino convive però con un legame mai spezzato con la casa, la terra e gli anni trascorsi nella Striscia.


Una famiglia cancellata dalle bombe

Ibrahim ricorda il 7 ottobre come il giorno in cui la sua esistenza è precipitata nella paura. Era nella sua abitazione, stava facendo colazione e si preparava a uscire per lavorare quando il rumore proveniente dalla strada lo spinse a informarsi su quanto stava accadendo.

La famiglia lasciò subito la zona in cui viveva, vicina al confine, cercando riparo nel quartiere di Sheikh Radwan, nel centro di Gaza. Quando Ibrahim telefonò alla sorella per invitarla a raggiungerli, dalla conversazione arrivarono improvvisamente il fragore delle esplosioni e poi il silenzio: lei, il marito e uno dei loro figli furono uccisi. Restarono due bambini, il maggiore dei quali aveva appena 3 anni.


La fuga non portò sicurezza

L’attacco al Festival Supernova, attribuito ai miliziani di Hamas, provocò la morte di oltre 360 partecipanti. Nel bilancio complessivo dell’assalto si contarono circa 1200 vittime, in prevalenza civili, mentre gli ostaggi furono 251.

Il giorno successivo, l’8 ottobre, le bombe raggiunsero anche Sheikh Radwan. Ibrahim si spostò allora con i suoi familiari verso Nuseirat, fino a una scuola dell’UNRWA progettata per 7mila persone ma riempita da più di 13mila sfollati. Anche quel rifugio venne colpito: tra le macerie Ibrahim trovò il fratello morto e il piccolo Ahmed gravemente mutilato.

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Quattordici giorni prima della salvezza

Nel caos del bombardamento, Ibrahim dovette scegliere chi soccorrere per primo. Prese in braccio Ahmed e lo portò all’ospedale di Deir al-Balah, lasciando sul posto il corpo del fratello mentre cercava di farsi strada tra la folla e i detriti.

Dopo 14 giorni di ricovero riuscì a trasferirsi in Egitto. Vi rimase per 7 mesi, prima di poter raggiungere l’Italia, dove il bambino avrebbe ottenuto gli interventi, le cure riabilitative e gli ausili che gli hanno permesso di tornare a camminare.


Un dolore senza una fine

A tre anni da quelle ore, Ibrahim rifiuta qualsiasi definizione capace di contenere ciò che ha vissuto. «Nessuna persona sana di mente può davvero descrivere il 7 ottobre. Per me è un incubo da cui è impossibile svegliarsi», afferma, ricordando la sorella, il cognato, i nipoti, il fratello e gli altri parenti perduti.

Nel suo racconto non c’è stato nemmeno il tempo di elaborare una morte prima che arrivasse la notizia di un’altra. Il riferimento alla “Grande Traversata” e alla nuova Nakba riflette letture opposte di quella giornata, ma Ibrahim parla soprattutto della paura per i familiari rimasti e del prezzo pagato dalla sua famiglia: «Può esistere un dolore o una tristezza più grande di questa?»

Ora le sue speranze sono ridotte a due desideri: che Ahmed cresca, costruisca un futuro dignitoso e diventi una persona di valore; e che un giorno possa riabbracciare i fratelli. «Non desidero altro», conclude.

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