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Lifestyle 3 min di lettura6 ott

Affitti e scuola, perché in Italia la protesta resta sola

Le piazze di Spagna e Francia trasformano difficoltà private in battaglie collettive, mentre in Italia prevalgono isolamento, derisione e rassegnazione

Una chiave agitata da sola resta il simbolo di un problema domestico; sollevata insieme a migliaia di altre, può diventare una domanda politica. È ciò che sta accadendo in Spagna, dove le proteste contro il costo delle abitazioni hanno portato in strada persone di cinquanta città, e in Francia, dove gli studenti chiedono una scuola più efficace, classi meno affollate e la cancellazione di Parcoursup, il sistema che decide a 18 anni in quale ateneo potranno proseguire gli studi.

Il confronto con l’Italia nasce quasi spontaneo: “Perché là sì e qui no?”. Anche nel nostro Paese gli affitti sono diventati proibitivi, gli edifici scolastici hanno problemi strutturali e le retribuzioni sono ferme da decenni. Eppure queste difficoltà vengono spesso percepite come vicende individuali, non come questioni da affrontare insieme.


Quando il problema resta privato

In Italia le piazze tendono a riempirsi soprattutto per temi internazionali. Sulle emergenze interne, invece, sembra prevalere la convinzione che non ci sia molto da cambiare. Chi denuncia un disagio viene facilmente accusato di lamentarsi, oppure invitato a trovare da solo una soluzione, come se ogni ostacolo dipendesse soltanto dalle sue scelte.

La vicenda della studentessa che nel 2023 piantò una tenda davanti al Politecnico di Milano per protestare contro il prezzo della stanza mostra bene questo meccanismo. Per alcune settimane arrivarono manifestazioni di solidarietà, ma molti le chiesero perché non facesse la pendolare. Alcuni commentatori arrivarono a chiamarla “la tendina”. Oggi la ragazza è rientrata nel proprio paese e viaggia ogni giorno per raggiungere l’università: la sua condizione è cambiata solo nel senso che è diventata una soluzione personale, mentre il problema degli alloggi è rimasto intatto.


Le chiavi diventano una voce comune

Il sociologo Charles Wright Mills definiva “immaginazione sociologica” la capacità di riconoscere, dentro una difficoltà personale, un fenomeno che riguarda la collettività. Senza questo passaggio, secondo la sua analisi, ciascuno interpreta la propria sofferenza come una colpa o come una trappola costruita soltanto per sé.

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In Spagna, invece, un caso individuale è riuscito a trasformarsi in una causa condivisa. Maricarmen Abascal, 87 anni, è stata sfrattata a settembre dall’abitazione in cui aveva vissuto per settant’anni, dopo che un fondo aveva acquistato l’edificio e portato il canone a un livello cinque volte superiore. La sua storia è stata raccolta e resa pubblica: nessuno le ha semplicemente suggerito di cercare un’altra casa, come se età e condizioni economiche fossero irrilevanti.


La rassegnazione non è inevitabile

Le proteste di Madrid mostrano che un oggetto quotidiano può cambiare significato quando viene condiviso. Una chiave tenuta in tasca appartiene alla sfera personale; centomila chiavi sollevate nello stesso momento esprimono invece una richiesta collettiva e rendono visibile un disagio che le istituzioni non possono facilmente ignorare.

Anche in Italia le ragioni per scendere in strada non mancherebbero. Mancano, piuttosto, la fiducia nella possibilità di ottenere risultati e il riconoscimento del fatto che un affitto insostenibile, una scuola in cattive condizioni o uno stipendio insufficiente non sono necessariamente fallimenti individuali. Per ora, chi prova ad alzare la propria chiave viene più spesso criticato che seguito.

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