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Aborto in Italia, tra farmaci e sala operatoria: tempi e ostacoli

Dai requisiti per accedere all’IVG ai controlli successivi: cosa prevedono i due percorsi e perché il territorio può fare la differenza

Nel 1983 le interruzioni volontarie di gravidanza erano circa 130 mila; oggi si attestano intorno a 65 mila e il 58 per cento viene effettuato con il metodo farmacologico. La diminuzione è collegata alla maggiore diffusione della contraccezione e al calo della popolazione femminile rispetto a vent’anni fa.

Nonostante il cambiamento, paura, senso di colpa e carenza di informazioni continuano a pesare sull’esperienza di molte donne. Per la ginecologa Maria Giuseppina Picconeri, formazione degli operatori e educazione corretta, anche nelle scuole, sono strumenti essenziali per garantire scelte consapevoli e assistenza adeguata.


Il percorso non finisce con l’interruzione

Dopo l’IVG è necessario verificare che l’espulsione sia stata completa e che l’utero non presenti residui. Il controllo serve anche a escludere infiammazioni o aderenze, possibili conseguenze sia immediate sia più lontane nel tempo.

La verifica viene generalmente programmata entro circa una settimana. Nel caso farmacologico l’attenzione si concentra soprattutto sull’esito dell’espulsione; dopo una procedura chirurgica, invece, il medico valuta la situazione e può ricorrere all’aspirazione o al raschiamento in base alle condizioni della paziente.


La scelta dipende dalla gravidanza

Il primo passaggio consiste nel rivolgersi a un consultorio o a un ginecologo per confermare la gravidanza e stabilire che sia intrauterina e in evoluzione. Un test domestico può fornire una prima indicazione, mentre il dosaggio della beta-HCG nel sangue permette di approfondire l’accertamento.

Dopo la certificazione e la manifestazione della volontà di interrompere la gravidanza, si valuta il metodo più adatto. Entro le nove settimane si può seguire la procedura farmacologica; oltre questo limite, in linea generale, si ricorre a quella chirurgica. Età, quadro clinico ed epoca gestazionale concorrono alla decisione.


Quarant’anni di legge 194

La legge 194 ha trasferito l’interruzione volontaria di gravidanza da una dimensione clandestina a un sistema regolato, con la possibilità di accedere a strutture pubbliche o a centri privati autorizzati dalle Regioni. Prima della legalizzazione, le procedure venivano eseguite in segreto anche da persone prive di adeguata specializzazione, con rischi di infezioni, sterilità e sepsi.

La ginecologa Picconeri ricorda che l’introduzione della pillola in Italia, negli anni Settanta, ha rafforzato la possibilità di programmare la maternità. Quando una gravidanza non è desiderata, spiega, l’informazione sanitaria tempestiva consente di conoscere le alternative e di affrontare il percorso in condizioni più sicure.

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Un diritto ancora diseguale

L’accesso all’IVG cambia sensibilmente da una Regione all’altra. A incidere è anche la presenza dei medici obiettori di coscienza: la quota è scesa dal 60 al 57 per cento, ma resta elevata e può rendere difficile ottenere il servizio vicino al proprio luogo di residenza.

In Molise, secondo l’avvocata Rosanna Carpentieri, la percentuale raggiunge il 99 per cento, con il risultato di rendere quasi impraticabile l’interruzione sul territorio. Questo alimenta gli spostamenti verso altre Regioni, il cosiddetto turismo abortivo, e trasforma un diritto previsto dalla legge in un percorso condizionato dalla disponibilità locale.


Assistenza, rispetto e autonomia

La decisione di interrompere una gravidanza, anche quando è legata a una patologia fetale, può essere vissuta come un lutto. Per questo il personale sanitario dovrebbe assicurare ascolto, riservatezza e accompagnamento, senza aggiungere pressioni a una situazione già delicata.

Picconeri critica l’obbligo di ascoltare il battito fetale e sostiene che il compito dei medici debba essere quello di presentare con chiarezza le possibilità esistenti, compresa la prosecuzione della gravidanza con eventuale adozione in anonimato. La libertà di scelta e l’autodeterminazione della donna, sottolinea Carpentieri, devono rimanere centrali.


La giornata dedicata alla sicurezza

Il 28 settembre ricorre la Giornata internazionale dell’aborto sicuro. L’obiettivo è richiamare l’attenzione non soltanto sulla legalità dell’intervento, ma anche sulla qualità delle cure, sulla competenza del personale, sulle informazioni disponibili e sui controlli successivi.

L’appuntamento assume quest’anno un significato particolare perché cade a pochi giorni dalla morte di Emma Bonino. Garantire un’interruzione sicura significa evitare procedure clandestine e assicurare che ogni donna possa essere sostenuta, nel rispetto della legge, qualunque sia la sua decisione.

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