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Lifestyle 3 min di lettura2 ore fa

ABBA, il fisco non c’entra? Il costumista svela il retroscena

La leggenda delle mise ideate per ottenere vantaggi fiscali nasce da una regola svedese reale, ma Owe Sandström ridimensiona il legame con le scelte della band

La celebre eccentricità degli ABBA potrebbe non essere nata per alleggerire il conto delle tasse. Owe Sandström, l’artista che firmò molti dei loro abiti più memorabili, riconosce l’esistenza di una particolare norma svedese, ma nega che abbia guidato il lavoro svolto per il quartetto.

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Il costumista ridimensiona la leggenda

Sandström ha raccontato che alcuni musicisti gli chiedevano documenti capaci di dimostrare l’impossibilità di usare i loro abiti nella vita di tutti i giorni. Nel caso degli ABBA, però, sostiene di non aver mai preparato quelle certificazioni e di non aver costruito i costumi pensando al fisco.

A orientare il suo lavoro sarebbero state soprattutto la fantasia e la ricerca di immagini fuori dall’ordinario. Le idee arrivavano anche dal regno animale e dall’universo circense, mentre la band gli lasciava ampio spazio creativo. Quando Björn gli spiegò che nessuna soluzione sarebbe stata eccessiva, il costumista trasformò quell’indicazione in una vera regola di stile.


La norma svedese e il possibile risparmio

La storia ha iniziato a circolare con particolare forza nel febbraio del 2014, dopo un articolo pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian in occasione dell’uscita del libro fotografico ufficiale dedicato agli ABBA. Il volume celebrava i quarant’anni trascorsi dalla vittoria del gruppo al concorso Eurovision del 1974 con Waterloo.

All’epoca la legislazione svedese consentiva agli artisti di portare in detrazione le spese per gli abiti di scena, purché quegli indumenti fossero chiaramente inutilizzabili nella quotidianità. Un completo comune poteva quindi essere considerato personale; una tuta coperta di paillettes, abbinata a un mantello o a calzature rialzate, aveva invece le caratteristiche di una spesa professionale. Il costo non spariva, ma poteva ridurre il reddito su cui calcolare le imposte.


Paillettes, zeppe e fantasia sfrenata

Il guardaroba del gruppo rende comprensibile il successo della spiegazione fiscale. Durante gli anni Settanta, Agnetha, Björn, Benny e Frida apparivano con pantaloni a zampa, tute aderenti, stivali dalla suola altissima e costumi ricchi di decorazioni scintillanti.

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Tra le creazioni più riconoscibili c’erano anche gli abiti gialli e blu ornati da grandi gatti, indossati da Agnetha e Frida, oltre a mantelli dall’aspetto quasi fumettistico. Il risultato univa riferimenti glam, teatralità e l’eccesso tipico della moda del periodo, producendo capi difficilmente trasferibili dal palco alla strada.


Da dove arrivavano quei costumi

Prima di dedicarsi alla moda per lo spettacolo, Sandström aveva studiato scienze naturali, lavorato nella zoologia e insegnato. In parallelo aveva cominciato a progettare abiti per esibizioni e performance, fino ad avviare con Lars Wigenius l’attività Artist Dressing.

A metterlo in contatto con gli altri membri degli ABBA fu Anni-Frid Lyngstad. Da quel rapporto nacque una collaborazione destinata a lasciare un segno nell’immagine del gruppo, ma la possibilità di ottenere una deduzione fiscale sembra essere stata, secondo Sandström, soltanto una conseguenza eventuale e non il punto di partenza.

Björn Ulvaeus, riguardando anni dopo quelle scelte, aveva commentato con ironia: «A mio parere, in quegli anni sembravamo dei matti. Nessuno può essersi vestito peggio di noi sul palco». Le sue parole hanno alimentato il collegamento con la norma svedese, anche se non provano che i costumi siano stati concepiti con un obiettivo tributario.

La distinzione resta quindi importante: gli ABBA potrebbero aver usufruito delle regole previste per gli abiti di scena, ma questo non significa che li abbiano scelti appositamente per pagare meno tasse. Su un punto, tuttavia, la leggenda appare difficile da contestare: quei vestiti erano davvero poco adatti alla vita quotidiana.

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