33 anni perduti: il film su Zuncheddu e l’avvocato che non si arrese
Francesco Piras porta sullo schermo la vicenda di Beniamino Zuncheddu, condannato ingiustamente e liberato grazie al lavoro gratuito di Mauro Trogu
Trentatré anni trascorsi in carcere da innocente e nessun risarcimento ancora riconosciuto: la storia di Beniamino Zuncheddu arriva al cinema con *Zustissia*, opera prima di Francesco Piras. Il film segue il percorso che ha portato alla revisione del processo e al ruolo decisivo dell’avvocato Mauro Trogu, impegnato senza compenso per dimostrare l’estraneità del suo assistito.
La vicenda resta una delle più sconvolgenti dell’Italia del dopoguerra. La sua forza sta anche nel timore che suscita: un errore nato da un’identificazione alterata può trasformare la vita di una persona qualunque in un lungo incubo giudiziario.
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Il dettaglio che riapre il processo
La storia prende avvio nel 1991, tra le montagne della Sardegna. Un triplice omicidio conduce gli investigatori a Beniamino Zuncheddu, allora giovane servo pastore di Burcei, indicato dal solo sopravvissuto alla strage, Luigi Pinna.
Anni dopo, proprio quella testimonianza diventa uno degli elementi centrali per chiedere la revisione della condanna. Prima del riconoscimento, infatti, a Pinna era stata mostrata una fotografia di Zuncheddu e il testimone era stato spinto ad accusarlo. Il film ricostruisce passo dopo passo l’intreccio giudiziario che ha tenuto Zuncheddu in prigione per 33 anni.
Trogu sceglie di non arrendersi
Al centro del racconto c’è il rapporto tra l’ex detenuto e Mauro Trogu, interpretato da Michele Riondino. Quando decide di occuparsi del caso, l’avvocato ha maggiore esperienza nelle controversie edilizie del territorio cagliaritano che nei procedimenti per omicidio plurimo, ma accetta comunque di lavorare gratuitamente per Zuncheddu.
Fabrizio Ferracane veste invece i panni di Beniamino. La loro relazione diventa il cuore emotivo dell’opera: da una parte c’è il cittadino travolto da un sistema che non riesce a proteggerlo, dall’altra un professionista che rappresenta la possibilità di una giustizia capace di correggere i propri errori.
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Le ombre del sistema giudiziario
Il film usa questa vicenda per interrogarsi sul funzionamento della giustizia italiana. Nella ricostruzione, le responsabilità dell’errore si concentrano sulla condotta del poliziotto Mario Uda, accusato di aver orientato il testimone verso una falsa versione, e sul giudice Luigi Lombardini.
Lombardini seguì per gran parte della carriera i sequestri attribuiti all’Anonima Sarda. Morì suicida nel suo ufficio di Cagliari proprio mentre era stata aperta un’inchiesta sui suoi metodi. Il suo personaggio e quello di Uda vengono ricondotti a quella zona opaca in cui l’etica lascia spazio a procedure sbrigative e al ricorso sistematico alla detenzione.
Il cast e ciò che resta fuori
Francesco Piras firma il suo primo lungometraggio dirigendo, oltre a Riondino e Ferracane, Paola Giannini nel ruolo di Elisa Osanna, moglie di Trogu. Nel cast figurano anche Jacopo Cullin, Geppi Cucciari e Philippine Leroy-Beaulieu.
La conclusione della vicenda è nota, ma il film invita a concentrarsi sul percorso che ha condotto alla liberazione e sulle conseguenze di una condanna ingiusta. Dopo l’uscita dal carcere, Zuncheddu raccontò a Vanity Fair di sentirsi «come un bambino che ricomincia a camminare», costretto a familiarizzare con un mondo profondamente cambiato durante la sua lunga assenza.
La libertà ritrovata non può cancellare il tempo sottratto. A oggi, inoltre, a Zuncheddu non è stato riconosciuto alcun risarcimento per i 33 anni trascorsi in carcere.
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