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Lifestyle 4 min di lettura1 ora fa

24,2 milioni di occupati, ma il lavoro dignitoso resta lontano

Retribuzioni, sicurezza, carriera e diritti mostrano quanto il numero degli occupati non basti a descrivere la qualità del lavoro in Italia.

«L'Italia arriva alla Giornata del lavoro dignitoso con oltre 24 milioni di occupati, un dato da leggere con criticità prima di celebrarlo». Pier Giorgio Bianchi, amministratore delegato e co-fondatore di Talents Venture, richiama così il divario tra il dato complessivo e la posizione dell’Italia nel confronto europeo. A suo giudizio, per colmare la distanza non sono sufficienti le politiche attive: occorre una strategia industriale capace di creare occupazione ad alto valore aggiunto, anche perché mancano 1,8 milioni di ruoli qualificati.

Il problema, infatti, non riguarda soltanto la presenza o l’assenza di un impiego. Retribuzione, continuità, tutela sociale, sicurezza, possibilità di migliorare la propria posizione e accesso ai diritti collettivi concorrono tutti a definire la qualità del lavoro. Un’occupazione può quindi esistere senza offrire condizioni realmente dignitose.


La dignità va oltre lo stipendio

Per l’Organizzazione internazionale del lavoro, il lavoro dignitoso coincide con un’attività produttiva svolta da donne e uomini in un contesto fondato su libertà, equità, sicurezza e rispetto della persona. La definizione comprende dunque sia la qualità materiale dell’impiego sia il riconoscimento dei diritti di chi lavora.

Tra gli elementi essenziali figurano una paga adeguata, un ambiente protetto, la stabilità e la copertura previdenziale per i lavoratori e i loro familiari. Rientrano nello stesso quadro anche la parità di trattamento, le opportunità di crescita individuale e l’inclusione nella società, insieme alla possibilità di far valere le proprie richieste attraverso la libertà sindacale e la contrattazione collettiva.


Un obiettivo fissato anche dall’Onu

La nozione è stata inserita nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. L’obiettivo di sviluppo sostenibile numero 8 collega la crescita economica alla creazione di occupazione produttiva, chiedendo che l’espansione sia inclusiva e sostenibile anziché basata soltanto sull’aumento dei posti disponibili.

Il traguardo 8.5 indica come riferimento il 2030 per arrivare a un’occupazione piena e produttiva, accessibile a donne, uomini, giovani e persone con disabilità, con una retribuzione uguale quando il valore del lavoro svolto è equivalente. Anche la Commissione europea considera inseparabili quantità e qualità: contano il reddito, la protezione, la sicurezza, lo sviluppo professionale e l’uguaglianza tra uomini e donne.


L’Italia resta indietro sui numeri

L’analisi dell’Osservatorio Talents Venture, riferita al primo trimestre del 2026, indica 24,2 milioni di occupati. Il quadro cambia però se si osservano gli inattivi, arrivati a 12,3 milioni, e il tasso di occupazione tra 20 e 64 anni: 67,6%, contro il 76,1% dell’Unione europea e l’81,1% della Germania. Nel confronto tra i 27 Stati membri, l’Italia occupa l’ultima posizione.

Le disuguaglianze emergono soprattutto tra le donne. Il Rapporto Dedalo segnala che il fenomeno dei NEET colpisce il 49,4% delle madri in coppia, mentre tra le donne straniere di prima generazione supera il 50%. Si tratta di persone che non studiano, non dispongono di un lavoro retribuito e non hanno autonomia economica.

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Poche professioni qualificate e paghe più basse

Il tasso di occupazione femminile italiano si ferma al 58%, con uno scarto di 13 punti rispetto alla media europea e di quasi 20 rispetto alla Germania. Tra gli uomini raggiunge invece il 77,1%, ancora sotto l’80,9% registrato nell’Unione europea. Il divario non si limita quindi alla partecipazione al mercato del lavoro, ma riguarda anche le possibilità di accesso e permanenza.

Un altro limite è rappresentato dalla struttura delle professioni. Dirigenti, specialisti e tecnici costituiscono il 37% degli occupati italiani, contro il 44,7% europeo: secondo Talents Venture, all’appello mancano 1,8 milioni di lavoratori in ruoli qualificati. L’Italia è quartultima per questo indicatore, davanti soltanto a Romania, Grecia e Spagna.

La distanza riguarda anche le retribuzioni. Calcolata tenendo conto del diverso costo della vita, la paga oraria mediana italiana equivale a 13,60, contro 15,48 in Francia e 17,33 in Germania; Danimarca e Belgio arrivano rispettivamente a 22,39 e 21,30.

Il titolo di studio continua comunque a produrre un vantaggio: in Italia un laureato percepisce il 49,7% in più rispetto a un diplomato, mentre il divario medio europeo è del 43,4%. Ma i livelli assoluti restano inferiori: i laureati italiani guadagnano il 3,1% in meno dei colleghi europei e i diplomati il 7,2% in meno. Rispetto a un laureato tedesco, il potere d’acquisto risulta più basso del 25,5%.


La soddisfazione non racconta tutto

Nel 2023 gli occupati italiani tra 16 e 64 anni hanno valutato la propria soddisfazione lavorativa 7,2 su 10. Il dato è appena inferiore alla media europea, pari a 7,4, coincide con quello della Germania e supera il 7,1 della Francia.

Per Talents Venture, questo risultato può riflettere un adeguamento verso il basso delle aspettative, soprattutto se confrontato con le debolezze strutturali del mercato italiano. La Giornata mondiale del lavoro dignitoso, celebrata il 7 ottobre, riporta quindi l’attenzione su una domanda più ampia del semplice conteggio degli occupati: quanto si guadagna, in quali condizioni si lavora e quali prospettive offre quell’impiego.

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