21,1 mesi contro 12,7: la svolta studiata per il microcitoma
La combinazione di tarlatamab e durvalumab ha migliorato la sopravvivenza nei pazienti con microcitoma avanzato, una malattia diversa dall’adenocarcinoma diagnosticato a Papa Leone XIV.
Il dato più rilevante riguarda la sopravvivenza: nei pazienti con microcitoma polmonare in stadio esteso, l’associazione di due farmaci ha portato la mediana a 21,1 mesi, contro i 12,7 mesi ottenuti con il solo durvalumab. Lo studio DeLLphi-305, presentato al congresso della Società Europea di Oncologia Medica del 2026 a Madrid e pubblicato il 24 ottobre sul New England Journal of Medicine, ha inoltre evidenziato una diminuzione relativa del 58% del rischio di morte.
Il risultato riguarda però un gruppo preciso di malati e non può essere esteso a ogni forma di tumore polmonare. La distinzione è importante anche alla luce delle notizie sulla salute di Papa Leone XIV: il Pontefice è stato sottoposto a un intervento per un adenocarcinoma, cioè un tumore del polmone non a piccole cellule, mentre la ricerca si concentra sul microcitoma.
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Il microcitoma resta difficile da controllare
Il microcitoma, noto anche come carcinoma polmonare a piccole cellule, tende a svilupparsi velocemente e a diffondersi in tempi brevi. Nella maggior parte dei casi è legato al fumo di tabacco, anche se la valutazione dei fattori di rischio deve essere effettuata per ogni singolo paziente.
La chemioterapia può ridurre inizialmente la massa tumorale, ma il problema è spesso rappresentato dalla ripresa della malattia dopo la risposta iniziale. L’introduzione dell’immunoterapia ha ampliato le possibilità disponibili e ora la ricerca punta a prolungare il periodo di controllo ottenuto con i primi trattamenti.
I numeri della combinazione sperimentale
Il trial di fase 3 ha esaminato 563 persone con microcitoma in forma estesa. Tutti i partecipanti avevano già ricevuto chemioterapia e immunoterapia senza mostrare una progressione della malattia; in seguito sono stati assegnati a due strategie di mantenimento: continuare con durvalumab oppure aggiungere tarlatamab.
Oltre alla sopravvivenza mediana di 21,1 mesi contro 12,7, la terapia combinata ha aumentato il periodo senza peggioramento del tumore: 7,4 mesi rispetto a 1,9. Dopo dodici mesi dall’avvio del mantenimento risultava vivo circa il 79% dei pazienti trattati con entrambi i farmaci, mentre nel gruppo che aveva ricevuto soltanto durvalumab la quota era del 53%.
Che cosa indica quel 58 per cento
La riduzione comunicata nello studio è relativa. Non significa che il 58% dei malati sia guarito, né che la terapia annulli il pericolo di morte. Il valore nasce dal confronto statistico tra i due gruppi durante il periodo di osservazione e descrive il vantaggio ottenuto dall’associazione rispetto al solo durvalumab.
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Anche la mediana della sopravvivenza non costituisce una previsione individuale: indica il momento in cui metà dei partecipanti risulta ancora in vita. La risposta può cambiare sensibilmente da una persona all’altra, per caratteristiche della malattia, condizioni generali e altri elementi clinici.
Due farmaci con funzioni diverse
Durvalumab è già impiegato contro il microcitoma e agisce rimuovendo uno dei segnali con cui il tumore frena l’attività del sistema immunitario. Tarlatamab appartiene invece agli anticorpi bispecifici, progettati per legarsi a due bersagli contemporaneamente.
Da un lato riconosce DLL3, una proteina presente su molte cellule del microcitoma; dall’altro si aggancia a una proteina dei linfociti T, cellule in grado di attaccare il tumore. In questo modo favorisce il contatto tra difese immunitarie e cellule malate, con l’obiettivo di rendere più prolungato il controllo della neoplasia.
Perché il caso del Pontefice è diverso
Il 13 ottobre Papa Leone XIV è stato operato al Policlinico Gemelli di Roma per un adenocarcinoma polmonare. I chirurghi hanno rimosso il lobo inferiore del polmone destro e gli esami conclusivi hanno indicato una malattia localizzata.
Il microcitoma affrontato nello studio e l’adenocarcinoma appartengono a categorie biologiche differenti e non seguono lo stesso percorso terapeutico. Il 21 ottobre i medici hanno comunicato, attraverso Vatican News, che dopo l’intervento e la valutazione oncologica non erano state ritenute necessarie altre terapie.
La combinazione di tarlatamab e durvalumab non è quindi destinata al tumore diagnosticato al Pontefice. La sperimentazione riguarda pazienti con microcitoma in stadio esteso, già sottoposti alle cure iniziali e senza progressione: viene utilizzata come mantenimento, per conservare più a lungo la riduzione o la stabilità raggiunta, non come trattamento valido per ogni tumore del polmone.
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