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Lifestyle 5 min di lettura3 ore fa

150 anni di Lilly: dalla penicillina alle nuove sfide del diabete

Dall’officina di Indianapolis al polo italiano di Sesto Fiorentino, una storia costruita su ricerca, qualità dei farmaci e responsabilità verso le comunità.

«Vogliamo partire dalla nostra storia per guardare al futuro della medicina: investire nella scienza, utilizzare dati del mondo reale e intelligenza artificiale per accelerare l’innovazione e trasformare i progressi scientifici in soluzioni concrete e accessibili». Elias Khalil, presidente e direttore generale dell’organizzazione italiana di Lilly, ha riassunto così la direzione dell’azienda durante la presentazione degli appuntamenti per il 150° anniversario, organizzata al Forte Belvedere di Firenze.

La ricorrenza non è stata celebrata soltanto ripercorrendo le tappe industriali. In Italia, a settembre, 700 dipendenti hanno partecipato alla più ampia iniziativa di volontariato mai realizzata dall’azienda nel Paese, con nove progetti distribuiti tra Firenze e Sesto Fiorentino e sviluppati insieme a nove realtà del Terzo settore e imprese impegnate sul fronte sociale e ambientale.


La storia diventa una responsabilità

Le attività si sono svolte il 23, 14 e 28 settembre, attraverso trenta turni dedicati a povertà alimentare, infanzia, salute mentale, anziani, persone vulnerabili e protezione dell’ambiente. Il programma, nato nel 2008 con la Giornata globale del servizio, coinvolge oggi comunità e lavoratori in diversi Paesi e negli Stati Uniti è diventato uno dei principali appuntamenti di volontariato aziendale.

Per Lilly, il traguardo dei 150 anni coincide con l’idea di “Guardare lontano”: continuare a finanziare la ricerca, rafforzare le competenze e costruire alleanze affinché le scoperte scientifiche possano trasformarsi in opportunità concrete per i pazienti. Il gruppo concentra oggi la propria attività soprattutto su aree cardiometaboliche, neuroscienze, immunologia e oncologia.


Un polo italiano sempre più centrale

La presenza nel nostro Paese è iniziata nel 1959. Tre anni dopo è entrato in attività lo stabilimento di Sesto Fiorentino, nato per realizzare antibiotici e poi riconvertito, nel tempo, verso produzioni legate all’insulina ottenuta mediante DNA ricombinante e ai dispositivi destinati alla gestione del diabete.

Nel 2025 il sito ha raggiunto 1,3 miliardi di euro di fatturato e oggi dà lavoro a più di 1.500 persone. Il campus è tra i maggiori impianti europei per la fabbricazione di medicinali biotecnologici e, in Italia, rappresenta uno dei principali centri per l’insulina da DNA ricombinante. Oltre il 95% della produzione viene inviato in 60 Paesi, mentre nell’ultimo triennio Lilly ha destinato più di 20 milioni di euro alla ricerca italiana, collocandosi tra le prime dieci aziende del Paese per investimenti in questo settore.


Dall’officina alle terapie industriali

L’origine dell’azienda risale al 10 maggio 1876, quando Eli Lilly avviò a Indianapolis una piccola attività con appena due collaboratori. Il farmacista e chimico, che aveva prestato servizio come ufficiale dell’esercito dell’Unione durante la Guerra di Secessione americana, costruì il progetto intorno a tre idee: precisione scientifica, ricerca continua e attenzione alla collettività.

In un mercato dominato da ricette non dichiarate e promesse commerciali difficili da verificare, i suoi preparati si distinsero per l’indicazione degli ingredienti e per una distribuzione affidata esclusivamente ai grossisti. Ai dipendenti Lilly lasciò un principio destinato a diventare parte dell’identità aziendale: «Prendete ciò che trovate e rendetelo migliore».

La produzione crebbe anche grazie a soluzioni allora poco diffuse, come le capsule di gelatina e gli aromi alla frutta. L’azienda introdusse inoltre squadre dedicate alla ricerca e allo sviluppo e investì nella verifica della qualità, due scelte che contribuirono a renderla più solida in una fase in cui il settore farmaceutico era ancora in trasformazione.

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Il diabete cambia prospettiva

Nel 1886 Lilly avviò il primo programma strutturato per perfezionare i prodotti già disponibili e individuare nuovi trattamenti. Questa impostazione sostenne la crescita anche durante la crisi economica del 1893. Alla morte del fondatore, nel 1898, il catalogo comprendeva più di 2.000 prodotti e il fatturato aveva superato 330.000 dollari.

La capacità produttiva fu messa anche al servizio dell’emergenza: dopo il terremoto di San Francisco del 1906, l’azienda distribuì gratuitamente medicinali per assistere i feriti. Nel primo decennio del Novecento entrò poi in funzione il primo impianto Lilly destinato alle capsule, definito nel 1917 «la più grande fabbrica di capsule del mondo».

La svolta più rilevante arrivò però sul fronte del diabete. Nel 1922 Lilly collaborò con l’Università di Toronto per trasformare l’insulina da risultato di laboratorio a trattamento producibile su vasta scala, investendo 250.000 dollari. Un procedimento basato sulla precipitazione isoelettrica permise di migliorarne purezza e resa.

Nel 1923 fu commercializzata la prima insulina dell’azienda. Decenni più tardi, nel 1982, la FDA approvò un’insulina umana realizzata con tecniche di ricombinazione genica, aprendo la strada a una nuova generazione di terapie basate sul DNA ricombinante. Dal 2010 Lilly ha ampliato ulteriormente il proprio impegno nel diabete di tipo 2 con exenatide e dulaglutide, agonisti del recettore GLP1.


Antibiotici, vaccini e oncologia

Durante la Seconda guerra mondiale Lilly fu tra le prime imprese a sviluppare un metodo per fabbricare su larga scala la penicillina-G, destinata a diventare il primo antibiotico utilizzato in tutto il mondo. A questa esperienza seguirono produzioni e programmi riguardanti eritromicina, vancomicina e cefalosporine.

La stessa infrastruttura contribuì alla diffusione del vaccino contro la poliomielite sviluppato da Jonas Salk. Nel 1955 Lilly mise a disposizione 20,7 milioni di dosi, una quantità superiore alla metà delle forniture statunitensi.

Nel 1961 arrivò il primo medicinale oncologico dell’azienda, ottenuto da un alcaloide della vinca del Madagascar e destinato a più forme tumorali. Nel 1986 fu introdotto in Belgio un trattamento per la depressione maggiore, mentre nel 2019 l’acquisizione di Loxo Oncology, la più importante operazione compiuta da Lilly fino a quel momento, rafforzò la presenza nel campo dell’oncologia.

L’insieme di queste tappe ha accompagnato l’evoluzione di una realtà nata come laboratorio di Indianapolis e diventata un gruppo presente in 9 Paesi, con un fatturato di 65 miliardi di dollari e 71 milioni di persone raggiunte nel mondo. Oggi Lilly conta 49.000 dipendenti, di cui 11.000 impegnati nella ricerca e nello sviluppo: numeri che proiettano nel futuro un’impostazione nata 150 anni fa.

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