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Economia 3 min di lettura2 ore fa

Trimestrali sotto esame: Wall Street regge la sfida dei tassi

Energia, debito pubblico e aspettative sugli utili mettono alla prova l’equilibrio dei mercati, mentre i rendimenti obbligazionari tornano a offrire margini di interesse

Le tensioni nel Golfo stanno complicando il funzionamento del mercato energetico e rischiano di frenare l’economia reale. Sebbene il greggio continui a viaggiare, i problemi logistici e le difficoltà della raffinazione mantengono elevato lo stress sul comparto. «Le fasi di escalation nel Golfo stanno rallentando l’economia reale», ha osservato Luca Simoncelli, stratega degli investimenti di Invesco, sottolineando che l’efficienza della catena di approvvigionamento resta compromessa.

A rendere più interessante il quadro per chi guarda al reddito fisso sono intanto i rendimenti raggiunti dai titoli di Stato a lunga scadenza. Secondo Simoncelli, i livelli attuali possono rappresentare un punto di ingresso, come emerso anche dalle aste dei Treasury della settimana precedente: il rendimento garantisce un margine di incasso e una convessità capaci di attutire gli shock più di quanto avvenisse durante la fase dei tassi compressi.

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L’energia aggiunge pressione ai mercati

Le tensioni geopolitiche non hanno finora interrotto i flussi di greggio, ma la distribuzione risulta più onerosa e meno efficiente. A questo si sommano gli ostacoli incontrati dal settore della raffinazione, con possibili ricadute sui costi e sull’attività economica.

Il quadro energetico si inserisce in uno scenario già condizionato dall’inflazione e dall’aumento dei tassi. Le difficoltà nei trasporti e nella logistica legate al Medio Oriente alimentano infatti ulteriori pressioni sui prezzi, proprio mentre la solidità del ciclo economico spinge verso l’alto i rendimenti obbligazionari.


La Fed guarda ancora all’inflazione

All’interno della Federal Reserve sembra rafforzarsi l’orientamento a considerare con maggiore attenzione anche la componente di fondo dell’inflazione. L’eventuale prosecuzione dei rialzi, tuttavia, dovrebbe essere gestita con gradualità e lasciando spazio ad aggiustamenti in base ai dati.

Il ritorno dei rendimenti su livelli elevati potrebbe quindi incidere sulle decisioni di allocazione. Per Simoncelli, il mercato obbligazionario offre oggi una protezione maggiore rispetto agli anni caratterizzati da rendimenti molto bassi, grazie alla combinazione tra flusso cedolare e convessità.


Gli utili sono davanti al test decisivo

Sull’azionario, la tenuta dei prezzi nonostante tassi nominali elevati e variabili riflette soprattutto il miglioramento delle attese sulla crescita. Il problema è che le quotazioni incorporano già un’accelerazione marcata dei profitti: la stagione delle trimestrali dovrà dunque verificare se le aziende siano in grado di rispettare previsioni ambiziose.

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Il consenso indica un incremento degli utili del 25% nel terzo trimestre per le società dell’S&P 500 e del 19% per l’azionario europeo. Negli Stati Uniti l’intelligenza artificiale resta il principale propulsore, ma la crescita dei profitti si sta estendendo anche a un numero più ampio di settori e di titoli globali, una quota ormai prossima ai massimi storici.


Stati Uniti ed Europa su piani diversi

L’equilibrio di Wall Street dipende da due elementi contrapposti: il rendimento del Treasury decennale, stabilizzato intorno al 5,30%, e una stima di crescita degli utili su tre anni vicina al 16% annuo. Se i risultati societari deludessero, i multipli di mercato potrebbero ridursi.

In Europa la verifica è più complessa. Oltre alla capacità delle imprese di mantenere bilanci solidi, gli investitori devono monitorare l’ampliamento degli spread, che ha riacceso i timori sulla sostenibilità del debito sovrano. Non è quindi esclusa una stretta sulle condizioni finanziarie.


Il debito francese resta sorvegliato

Sul caso francese, Simoncelli considera meno probabile un contagio diretto al sistema bancario nazionale rispetto a quanto accaduto durante la crisi del 2012. Quasi il 60% del debito è infatti detenuto da investitori esteri non bancari, esposti anche all’effetto negativo del deprezzamento dell’euro.

Il rischio principale, secondo l’analista, non sarebbe una crisi di solvibilità del settore creditizio, bensì vendite tecniche da parte di mandati globali privi di copertura valutaria. Per ora, gli indicatori che misurano lo stress sistemico rimangono contenuti.

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