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Economia 4 min di lettura1 ora fa

Rinnovabili, la corsa non basta: il nodo sono reti e accumuli

Il rapporto Irena avverte che impianti, infrastrutture ed efficienza dovranno accelerare insieme per mantenere l’obiettivo di 1,5 °C.

La tecnologia per aumentare l’energia pulita esiste già e in molti casi è diventata competitiva. Il passaggio decisivo, secondo Irena, consiste però nel costruire abbastanza rapidamente reti, sistemi di accumulo e strumenti capaci di trasformare la nuova potenza rinnovabile in una vera riduzione dell’uso di petrolio, gas e carbone.

Il prossimo decennio sarà quindi determinante: gli obiettivi climatici dovranno tradursi in cantieri, investimenti e misure concrete. Senza questo salto operativo, la crescita degli impianti verdi rischia di non incidere abbastanza sulle emissioni.

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La nuova dipendenza dalle materie prime

La transizione può rafforzare la sicurezza energetica riducendo il ricorso alle importazioni di petrolio e gas. Allo stesso tempo, però, crea nuove esposizioni legate alle tecnologie e ai materiali indispensabili per produrre pannelli, batterie e altri componenti.

Il rapporto segnala in particolare il peso della Cina, che realizza circa l’80% dei moduli fotovoltaici mondiali e il 45% delle batterie. La sostituzione delle fonti fossili, dunque, non elimina ogni dipendenza: ne modifica la natura e rende strategiche le catene di approvvigionamento industriali.


Una crescita che rischia di incepparsi

L’avvertimento arriva dal rapporto di Irena sulle prospettive della transizione energetica mondiale. Nel 2025 la capacità rinnovabile installata ha raggiunto 5,2 terawatt, ma il ritmo attuale non è sufficiente per mantenere il riscaldamento globale entro una traiettoria compatibile con 1,5 °C.

Per rispettare quell’obiettivo, la potenza complessiva dovrebbe arrivare a 18,4 terawatt nel 2035 e a 38,2 terawatt nel 2050. Nei prossimi dieci anni sarebbe quindi necessario aggiungere mediamente più di 1.300 gigawatt netti ogni dodici mesi, soprattutto grazie a impianti solari ed eolici.


Reti e batterie sotto pressione

La produzione elettrica, da sola, non risolve il problema. L’energia deve essere trasferita dove serve, distribuita in modo stabile e resa disponibile anche quando sole e vento offrono una produzione variabile.

Per questo la spesa annua destinata alle reti dovrebbe salire dai circa 500 miliardi di dollari attuali a 1.000 miliardi nel periodo 2026-2035, per poi raggiungere 1.200 miliardi negli anni seguenti. Anche gli accumuli dovrebbero crescere in modo radicale: da 416 gigawatt a 2.530 gigawatt nel 2035, fino a quasi 6.860 gigawatt nel 2050.


Più elettricità nei consumi

La pressione sulle infrastrutture aumenterà con la diffusione di automobili elettriche, pompe di calore e processi industriali alimentati dall’elettricità. A incidere saranno inoltre il raffrescamento degli edifici e i centri di calcolo utilizzati per l’intelligenza artificiale, capaci di concentrare richieste molto elevate in specifiche zone.

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Nello scenario delineato da Irena, l’elettricità passerà dall’attuale 23% dei consumi energetici finali mondiali al 35% nel 2035 e oltrepasserà il 50% nel 2050. Nell’Unione europea il valore potrebbe arrivare al 64%.


L’efficienza resta troppo lenta

L’elettrificazione può ridurre il fabbisogno complessivo, perché numerose apparecchiature elettriche utilizzano meno energia dei sistemi fondati sulla combustione. Questo vantaggio, tuttavia, non è ancora sostenuto da un progresso sufficiente dell’efficienza globale.

Negli ultimi tre anni, il calo annuale dell’intensità energetica — cioè dell’energia necessaria per generare un’unità di Pil — è rimasto al di sotto del 2%. Per raggiungere gli obiettivi internazionali fissati al 2030 servirebbe invece un miglioramento vicino al 4%; senza un’accelerazione, aumenterà il numero di impianti e infrastrutture necessari per coprire la domanda.


Il prezzo della svolta climatica

Gli attuali programmi energetici dei governi, rileva Irena, conducono ancora verso un aumento della temperatura media globale superiore a 2 °C. Per rientrare nel percorso compatibile con 1,5 °C, anche dopo un eventuale superamento temporaneo della soglia, sarebbe necessaria una discesa delle emissioni molto più rapida.

Lo scenario più ambizioso richiederebbe oltre 256 mila miliardi di dollari tra il 2026 e il 2050, pari a circa 10.300 miliardi ogni anno. La stima comprende impianti rinnovabili, collegamenti elettrici, accumuli, interventi di efficienza e tecnologie per sostituire i consumi basati sulla combustione; rispetto alle politiche oggi previste, il fabbisogno aggiuntivo sarebbe di circa 78 mila miliardi di dollari.

La spesa potrebbe però produrre ritorni economici rilevanti. In uno scenario coerente con 1,5 °C, il Pil mondiale sarebbe mediamente superiore dell’1,1% rispetto alla traiettoria attuale, con un beneficio cumulato di circa 47 mila miliardi di dollari entro il 2050.

Una decarbonizzazione più rapida potrebbe inoltre portare nel 2050 a prezzi medi finali dell’elettricità inferiori del 15%. L’occupazione nelle rinnovabili salirebbe dagli oltre 16 milioni di addetti attuali a circa 84 milioni, ma si tratta di risultati subordinati alla disponibilità degli investimenti e alla qualità delle politiche adottate.

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