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Economia 3 min di letturaAggiornato 16 min fa

Quattro soci respingono l’offerta da 22 miliardi su Delfin

La proposta sostenuta da Citi valuta la holding quasi 29,6 miliardi e punta a mantenere EssilorLuxottica alla famiglia

Aggiornamento delle 21:22

Il quarto socio ad aver respinto l’offerta è Clemente Del Vecchio, che ha firmato il diniego insieme a Rocco Basilico, Paola e Luca Del Vecchio. I quattro hanno inviato una lettera comune a Lmdv Fin.

Quattro degli otto soci di Delfin hanno respinto l’offerta di Leonardo Maria Del Vecchio per rilevare le quote della finanziaria di famiglia.

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I termini dell’offerta

La proposta prevede 30 giorni per decidere e altri 60 giorni di esclusiva per definire gli accordi. Lmdv Fin intende acquistare tra il 62,5% e l’87,5% di Delfin, rilevando almeno cinque partecipazioni e fino a sette, oltre a quella già detenuta.

Il pagamento potrebbe avvenire interamente in contanti oppure con una formula mista: 30% subito e il restante 70% in azioni EssilorLuxottica dopo 12-14 mesi. Per gli eredi interessati a rimanere nel gruppo dell’occhialeria, Leonardo Maria ha previsto anche un’intesa su strategie, consigli di amministrazione e distribuzione degli utili, con la possibilità di uscita a condizioni già stabilite.

La proposta è stata definita dal quartogenito di Leonardo Del Vecchio come “la più seria che io abbia mai fatto”. Nella lettera ha indicato sia l’acquisto immediato dell’intero pacchetto sia soluzioni distribuite nel tempo, dopo aver ottenuto la disponibilità di Citi a finanziare l’operazione per 22 miliardi.


Il no dei quattro soci

A respingere l’offerta sono stati gli stessi quattro soci che avevano già rifiutato quella avanzata dall’imprenditore ceco Michal Strnad. Tra loro ci sarebbe anche Rocco Basilico, figlio di Nicoletta Zampillo, che aveva già declinato la proposta del fratello per il suo 12,5% di Delfin.

Paola e Luca Del Vecchio hanno invece chiesto a Lmdv Fin il versamento di una penale da 500 milioni. In precedenza la società aveva valutato l’acquisto delle loro quote per 5 miliardi ciascuna, ma l’operazione non si era conclusa dopo il mancato rilascio di una garanzia richiesta al consiglio di amministrazione di Delfin.

La holding, guidata dal presidente Francesco Milleri e dall’amministratore delegato Romolo Bardin, non ha commentato l’iniziativa. Nessuna presa di posizione è arrivata neppure da ambienti vicini a Rocco Basilico.

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Valore e asset della holding

L’offerta considera il patrimonio netto di Delfin, con uno sconto del 30%. Lo stesso criterio era stato utilizzato per la proposta di Strnad, il cui valore complessivo si aggirava intorno ai 30 miliardi. Con il finanziamento di Citi, la società lussemburghese viene valutata quasi 29,6 miliardi, includendo le partecipazioni di Leonardo Maria e della madre.

Delfin possiede il 34,5% di EssilorLuxottica e detiene inoltre partecipazioni in Mps, Generali e Unicredit. L’obiettivo dichiarato da Leonardo Maria è mantenere il controllo familiare della quota nel gruppo di lenti e occhiali, evitando che la finanziaria passi a Strnad e agli investitori che l’industriale ceco potrebbe coinvolgere.

Nella struttura immaginata per l’acquisizione sarebbero previste regole vincolanti e rafforzate per la gestione della società. Al suo fianco, in consiglio, siederebbero due professionisti con esperienza finanziaria, manageriale e legale, chiamati a esprimere pareri vincolanti sulle decisioni di maggiore rilievo.


Il confronto con Strnad

La proposta è arrivata dopo l’interesse manifestato da soggetti esterni sulla situazione proprietaria della famiglia Del Vecchio. Strnad, che la scorsa estate ha rilevato il 14% di Pirelli, aveva presentato un’offerta da circa 30 miliardi, senza indicare però le banche coinvolte e prevedendo l’ingresso di altri investitori finanziari.

Lmdv Fin aveva invitato gli altri soci a incontrarsi entro il 7 novembre, insieme oppure separatamente, per illustrare i dettagli dell’operazione. Nel piano di Strnad, invece, l’adesione era fissata in 30 giorni e la conclusione prevista in circa tre mesi, subordinatamente alla modifica dello statuto, che richiede il consenso dell’88% del capitale.

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