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Economia 3 min di lettura3 giorni fa

Oro Bankitalia, i 303 miliardi restano lontani dai conti dello Stato

La corsa del metallo ha fatto esplodere il valore delle riserve, ma non ha creato risorse spendibili per debito, tasse o servizi.

Il punto non è quanto valga oggi l’oro italiano, ma quanto denaro pubblico possa essere utilizzato subito. La risposta, contrariamente a quanto suggerisce la cifra di 303 miliardi di euro, è molto meno semplice: quel valore appartiene alle riserve della Banca d’Italia e non coincide con una somma pronta per finanziare lo Stato.

La crescita dell’importo dipende soprattutto dall’aumento delle quotazioni del metallo. Non si tratta quindi di una nuova entrata né della scoperta di una disponibilità nascosta con cui coprire le esigenze del bilancio pubblico.


Il valore è salito senza nuovi acquisti

Alla fine di agosto 2026 le riserve ufficiali della Banca d’Italia raggiungevano circa 386 miliardi di euro. L’oro ne rappresentava quasi 303 miliardi, pari al 78,5% del totale, mentre le attività in valuta estera ammontavano a 50,8 miliardi: il patrimonio aureo valeva quasi sei volte il portafoglio valutario.

La quantità detenuta è di 2.452 tonnellate, una delle consistenze più elevate a livello globale. Il dato è rimasto sostanzialmente stabile dalla fine degli anni Novanta e l’accumulo è avvenuto soprattutto nel dopoguerra. Nell’agosto 2020 lo stesso stock era valutato 129,8 miliardi; sei anni più tardi è arrivato vicino a 303 miliardi, con un aumento del 133,5%.

Nello stesso arco temporale le riserve in valuta sono cresciute da 37,9 a 50,8 miliardi, cioè del 33,9%. I numeri descrivono dunque una rivalutazione degli asset già posseduti, non una recente decisione dell’Italia di acquistare metallo prezioso o di rimpiazzare i titoli americani con lingotti.


Patrimonio e liquidità non coincidono

Un bene può accrescere il patrimonio senza trasformarsi automaticamente in denaro disponibile. Un immobile, un deposito di merci o un credito verso un cliente acquistano valore soltanto quando vengono venduti o incassati; fino a quel momento non consentono necessariamente di pagare stipendi, imposte, fornitori o rate.

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La medesima distinzione vale per l’oro. Per ottenere liquidità attraverso quei 303 miliardi sarebbe necessario cedere una parte delle riserve, rinunciando al bene venduto. L’incremento delle quotazioni migliora quindi la consistenza patrimoniale, ma non produce un incasso immediato.


Perché lo Stato non può usarlo

Le riserve auree figurano nel bilancio della banca centrale e rientrano nel sistema delle riserve dell’Eurosistema. Non sono un conto corrente intestato al governo e non possono essere trattate come una fonte ordinaria per sostenere pensioni, sanità, infrastrutture o riduzioni fiscali.

Anche una loro eventuale vendita avrebbe effetti limitati e una tantum. Potrebbe ridurre in parte lo stock del debito, ma non inciderebbe sul disavanzo che si ripresenta ogni anno. Il problema dei conti pubblici riguarda infatti il rapporto strutturale tra entrate e uscite, la crescita e la capacità di generare avanzi sufficienti a stabilizzare il debito.


La funzione strategica dei lingotti

Questo non rende l’oro privo di utilità. A fronte dei costi di custodia, il metallo non dipende dalla solvibilità di un emittente come accade per un titolo, una banca o un’impresa. Per una banca centrale costituisce una riserva di sicurezza in caso di turbolenze finanziarie, monetarie o geopolitiche.

La rivalutazione rafforza quindi il bilancio della Banca d’Italia, ma non sana le finanze statali. L’Italia non ha incassato 303 miliardi: è aumentato il prezzo di un patrimonio accumulato dalle generazioni precedenti. Come per un’azienda, la solidità dipende anche dalla capacità di produrre reddito e cassa, non soltanto dal valore degli asset posseduti.

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