Grandi imprese, il conto della svolta verde: rischio su 1.000 miliardi
La maggioranza delle aziende italiane presenta un’esposizione contenuta, ma il pericolo cresce tra i grandi gruppi energivori e richiede sostegni pubblici e finanziari.
Quasi 1.000 miliardi di euro di attività e circa 745 miliardi di ricavi fanno capire perché la transizione climatica rappresenti una questione decisiva per l’industria italiana. Il passaggio a impianti e processi meno inquinanti può spingere innovazione, efficienza, occupazione e nuove opportunità commerciali, ma comporta anche investimenti capaci di incidere sui conti delle imprese più esposte.
Rowenta
-20% sugli aspirapolvere Rowenta
Il rischio pesa soprattutto sui grandi gruppi
Secondo l’analisi realizzata da Cerved Esg Ratings su 1,8 milioni di società di capitale italiane, il 62,5% delle aziende si colloca nella fascia di rischio di transizione bassa. Una quota vicina al 20% presenta invece un livello intermedio, mentre il 16,9% rientra nelle categorie alta o molto alta.
La percentuale più preoccupante riguarda soprattutto le imprese di dimensioni maggiori. Sono infatti queste, in genere, a consumare più energia e a operare nei comparti che dovranno sostenere gli interventi più onerosi: metallurgia, trasporti, produzione e distribuzione dell’energia, oltre alla logistica. Per tali aziende, l’adeguamento degli stabilimenti e delle modalità produttive può tradursi in maggiore indebitamento, margini più ridotti e perdita di competitività.
Servono credito e sostegni pubblici
La distribuzione complessiva appare dunque favorevole, perché la maggioranza delle imprese ha un’esposizione contenuta. Il quadro cambia però quando si considera il peso economico dei grandi gruppi ad alto consumo energetico: il rischio interessa una parte numericamente limitata del tessuto produttivo, ma coinvolge attività e ricavi di enorme rilievo.
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Andrea Cincinnati Cini, amministratore delegato di Cerved Esg Ratings, ritiene necessario un intervento coordinato per accompagnare il sistema industriale. Le banche, secondo la sua posizione, dovrebbero continuare a finanziare i percorsi di trasformazione, mentre lo Stato dovrebbe ridurre il rischio per gli istituti attraverso incentivi fiscali, sussidi e garanzie. «Le banche non dovrebbero astenersi dall’accompagnare le imprese a compiere la transizione», ha affermato Cincinnati, sottolineando però la necessità di un sostegno pubblico.
L’Europa restringe i tempi
L’urgenza aumenta anche perché si avvicinano le scadenze legate agli obiettivi climatici fissati dall’Unione europea. L’Italia, rileva lo studio, procede più lentamente rispetto ad altri Paesi europei nella definizione dei percorsi di decarbonizzazione indicati nei bilanci consolidati.
La ricerca di Cerved Esg Ratings ha confrontato proprio le strategie comunicate dalle imprese italiane ed europee, valutandone sia gli obiettivi ambientali sia l’impatto economico. Il quadro che emerge combina quindi un’esposizione generalmente bassa con una concentrazione del pericolo nei settori industriali dove il costo della trasformazione può essere maggiore.
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