Fiere, la svolta dei capitali: l’Italia rischia di perdere terreno
Quattro grandi gruppi sono passati di mano in appena otto settimane, mentre gli operatori italiani cercano una strategia per agganciare la nuova corsa agli investimenti
Sembrava un settore destinato a ridimensionarsi dopo la pandemia, schiacciato dagli eventi digitali e dalla possibilità di lavorare a distanza. Invece le fiere sono tornate al centro dell’economia globale e stanno attirando una quantità di capitali mai vista negli ultimi anni.
Il fenomeno riguarda anche l’Italia, dove il comparto ha continuato a crescere nei primi sei mesi dell’anno nonostante le tensioni internazionali. Il problema, per il sistema nazionale, è riuscire a trasformare questa nuova attenzione finanziaria in opportunità concrete, in un mercato ancora fortemente legato ai territori.
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Il capitale ha cambiato passo
Tra maggio e giugno sono stati ceduti quattro dei dieci maggiori gruppi fieristici mondiali, senza considerare le società tedesche. Le operazioni hanno coinvolto i britannici CloserStill e Hyve e gli statunitensi Group Emerald e Questex.
Tre di queste transazioni hanno raggiunto valori compresi tra 1,5 e 1,8 miliardi di dollari. Si tratta di alcune delle acquisizioni più rilevanti mai concluse nell’industria fieristica, un segnale che ha attirato l’attenzione anche di importanti quotidiani economici internazionali, tra cui Wall Street Journal e Financial Times.
Corrado Peraboni, amministratore delegato di Italian Exhibition Group, ha sintetizzato così la portata della fase attuale: «In pochi mesi si è mosso più capitale che negli ultimi otto anni in termini di M&A». Il riferimento è alla forte accelerazione delle operazioni di fusione e acquisizione che sta ridisegnando gli equilibri del comparto.
L’Italia cresce ma resta frammentata
Il mercato italiano arriva a questo passaggio in condizioni migliori rispetto alle previsioni emerse durante il Covid. Secondo i dati Prometeia-Aefi, nel 2025 il giro d’affari delle imprese fieristiche ha toccato 2,1 miliardi di euro: il 10% in più rispetto al 2024 e il 35% oltre il livello del 2019, considerando l’effetto dell’inflazione cumulata.
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Anche i risultati dei primi sei mesi dell’anno hanno confermato una traiettoria positiva, malgrado le turbolenze geopolitiche. Tuttavia, la presenza di numerosi operatori radicati nei singoli territori rende più complesso competere con gruppi internazionali di dimensioni maggiori.
Peraboni avverte che il tema della scala non riguarda soltanto l’Italia. Anche la Germania, pur disponendo di società più grandi, sta cercando una risposta alla crescente concentrazione del settore. Il confronto sulle dimensioni, quindi, coinvolge ormai l’intero mercato europeo.
L’intelligenza artificiale non sostituisce gli eventi
La tecnologia che sembrava poter svuotare i padiglioni, soprattutto l’intelligenza artificiale, si sta rivelando invece uno strumento di sviluppo. Può migliorare i servizi offerti dagli organizzatori, rendere più efficace la proposta commerciale e aumentare il valore dell’esperienza per espositori e visitatori.
C’è anche un effetto apparentemente paradossale: più le attività digitali diventano pervasive, più cresce il desiderio di incontrarsi di persona. Questo spinge aziende e pubblico a investire nella partecipazione a eventi dal vivo, sia per motivi professionali sia per il tempo libero.
La sfida per il sistema fieristico italiano sarà ora intercettare i capitali che stanno affluendo nel settore senza perdere il legame con le economie locali. La crescita registrata finora offre una base solida, ma la nuova fase richiede aggregazioni, maggiore capacità di investimento e una strategia capace di confrontarsi con gruppi globali sempre più grandi.
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