Codici consegnati al truffatore: quando la banca deve restituire i soldi
La Corte di giustizia dell’Unione europea chiarisce che il rimborso può spettare anche a chi ha comunicato le credenziali, salvo prova di una colpa grave.
Secondo Polimeni, gli istituti di credito italiani dovranno adeguarsi immediatamente all’indicazione arrivata dalla giustizia europea. La questione riguarda le vittime di frodi digitali che, durante l’inganno, hanno comunicato al truffatore i propri codici di accesso.
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La banca deve dimostrare la colpa
La Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la consegna delle credenziali non basta, da sola, a escludere la restituzione delle somme sottratte. Il cliente può quindi chiedere il riaccredito anche quando l’operazione fraudolenta è stata resa possibile dalla comunicazione dei dati personali.
L’onere della prova ricade sull’istituto. Per negare il rimborso, la banca dovrà dimostrare che il comportamento del consumatore costituisce una “colpa grave”, cioè una condotta talmente negligente da giustificare la perdita della tutela.
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Un obbligo valido anche in Italia
La decisione europea incide direttamente sulle modalità con cui le banche devono gestire le contestazioni legate alle truffe online. Non sarà sufficiente richiamare il fatto che l’utente abbia fornito password, codici o altri elementi di autenticazione durante il raggiro.
La pronuncia riconosce dunque una protezione immediata per il cliente, lasciando all’istituto il compito di provare l’eventuale responsabilità particolarmente grave. È su questo punto che, secondo Polimeni, anche gli operatori italiani dovranno intervenire senza attendere ulteriori passaggi.
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