Caffè, l’Italia trasforma ma non coltiva: la svolta passa dall’Africa
Un settore da 5,9 miliardi dipende dalle importazioni, mentre clima, consumi e nuovi progetti africani ridisegnano il futuro dell’espresso italiano.
Dietro ogni tazzina italiana si nasconde una dipendenza quasi totale dalle coltivazioni estere. Il Paese è infatti uno dei principali poli mondiali della trasformazione del caffè, ma deve acquistare all’estero quasi tutta la materia prima: una vulnerabilità che rende il comparto sensibile alle crisi climatiche e alle oscillazioni dei raccolti.
Una filiera forte, ma esposta
Nel 2025 l’industria italiana ha prodotto più di 424mila tonnellate di caffè tostato e solubile. Il settore, che comprende circa mille torrefazioni, genera un valore complessivo di 5,9 miliardi di euro e conferma il primato dell’Italia nella produzione di caffè tostato all’interno dell’Unione Europea.
La materia prima arriva però soprattutto da due Paesi. Le importazioni di caffè verde, compreso quello destinato alla decaffeinizzazione, hanno superato le 641mila tonnellate: circa il 66% era Arabica e il restante 34% Robusta. Brasile e Vietnam, insieme, hanno fornito il 57% dei volumi e rappresentato il 54% del valore acquistato dall’Italia. Un problema nei raccolti di una delle due nazioni può quindi ripercuotersi sui costi industriali e, successivamente, sui prezzi finali.
L’export sostiene il sistema
La posizione italiana nella catena del valore non si limita al mercato interno. Quasi 280mila tonnellate di prodotto tostato, incluso il decaffeinato, prendono la via dei mercati esteri; a queste si aggiungono 4.550 tonnellate di caffè solubile.
Anche la produzione mondiale resta concentrata in poche aree. Oltre al Brasile e al Vietnam, tra i principali Paesi produttori figurano Uganda, Colombia e Indonesia. Per l’industria, allargare il numero delle origini non è soltanto una scelta agricola: significa distribuire meglio il rischio e reagire con maggiore efficacia a eventi meteorologici estremi e turbolenze commerciali.
L’Africa diventa strategica
In questo quadro si inserisce il programma ACT Coffee, nato nel marzo 2025 nell’ambito del Piano Mattei per l’Africa e del Global Gateway dell’Unione europea. L’iniziativa è promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale e sostenuta economicamente dalla Cooperazione Italiana.
Il progetto opera in Etiopia, Kenya, Malawi, Tanzania e Uganda. La sua finalità è aiutare i produttori ad affrontare il cambiamento climatico, rafforzare le competenze locali e trattenere una quota maggiore del valore nei Paesi d’origine. Sono previsti anche centri dedicati alla formazione e all’innovazione, oltre a interventi per facilitare l’accesso al credito e finanziare gli investimenti necessari all’adattamento.
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Andrea De Marco, responsabile del programma e delle partnership dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale, ha spiegato: «Ogni espresso servito in Italia comincia con un agricoltore all’origine. Attraverso il programma ACT Coffee lavoriamo con governi, settore privato e istituzioni finanziarie perché i Paesi produttori di caffè possano proteggere i raccolti dagli shock climatici e accedere ai finanziamenti necessari per investire nel proprio futuro».
Moka e capsule quasi alla pari
Il legame degli italiani con il caffè rimane molto solido. Un’indagine realizzata da Altroconsumo per il Comitato Italiano del Caffè di Unione Italiana Food, su oltre 1.200 persone, rileva che il 75% beve caffè con regolarità e che il 95% lo consuma abitualmente tra le mura domestiche.
Quanto ai metodi preferiti, la moka è indicata dal 32,5% degli intervistati, mentre le capsule raggiungono il 31,2%. Il supermercato resta il canale d’acquisto più utilizzato, scelto dal 78% del campione; il 29% compra però il prodotto anche attraverso internet.
Il divario tra immagine e realtà
Per circa un italiano su due il caffè è tra i simboli più rappresentativi dello stile di vita e della cultura nazionale, con un peso percepito simile a quello della pasta. La conoscenza del percorso produttivo è però molto più limitata: oltre metà dei consumatori ammette di sapere poco delle diverse fasi della filiera e appena il 27% è consapevole che in Italia non esistono coltivazioni rilevanti di caffè verde.
Giuseppe Lavazza, presidente del Comitato Italiano del Caffè di Unione Italiana Food, ha sottolineato che la sfida riguarda l’intero percorso del prodotto, dalla coltivazione alla qualità, dalla sostenibilità alla ricerca, fino alla cooperazione internazionale e alla capacità di generare ricchezza nei territori d’origine. Il futuro dell’espresso, dunque, dipenderà sempre più da ciò che accade prima che il caffè arrivi nella tazzina.
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