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Economia 1 min di lettura2 ore fa

Banche, il conto fiscale sale a 10,5 miliardi: cosa cambia

Il pacchetto concordato con l’esecutivo comprende meno deduzioni, imposte differite rinviate e un aumento dell’Irap per il comparto finanziario.

Per gli istituti di credito il nuovo quadro fiscale vale circa 10,5 miliardi di euro di versamenti aggiuntivi nel periodo compreso tra il 2026 e il 2029. È il risultato del pacchetto triennale che le banche sostengono di aver concordato con il governo durante l’ultima legge di bilancio.

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L’Irap aumenta per tre anni

La misura con l’impatto più immediato riguarda l’Irap. Per banche, intermediari finanziari e compagnie assicurative sono state stabilite aliquote più alte di due punti percentuali nei periodi d’imposta 2026, 2027 e 2028.

Per gli istituti di credito e gli intermediari finanziari il prelievo passa dal 4,65% al 6,65%, mentre per le assicurazioni arriva al 7,9%. Restano fuori dal provvedimento Sim, Sgr, Sicav e holding industriali. L’aliquota ordinaria applicata alla maggior parte delle altre imprese è invece del 3,90%. Considerando anche le maggiorazioni regionali normalmente applicate alle banche, l’incidenza complessiva può raggiungere circa il 7,40%.


Meno deduzioni e imposte rinviate

Il programma fiscale prevede anche lo slittamento dell’utilizzo delle Dta, cioè le imposte differite attive. A questo si aggiunge una stretta sulla possibilità di dedurre le perdite fiscali pregresse, le eccedenze Ace e gli interessi passivi.

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L’effetto delle modifiche si distribuisce nell’arco temporale indicato nell’intesa e contribuisce alla somma complessiva dei 10,5 miliardi. Il pacchetto, quindi, non si limita all’aumento dell’Irap, ma interviene anche su alcune componenti che riducono il reddito imponibile degli istituti.


L’opzione sulla riserva del 2023

Un altro capitolo dell’accordo riguarda la riserva costituita nel 2023. Alle banche è stata offerta la possibilità di affrancarla pagando un’imposta sostitutiva agevolata, in alternativa alla tassazione straordinaria introdotta nello stesso anno.

La scelta è stata esercitata quasi integralmente dal settore. L’operazione ha portato nelle casse pubbliche circa 1,8 miliardi di euro, una quota già inclusa nel quadro degli interventi fiscali collegati all’intesa.

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