Otto Muehl, quando l’arte voleva divorare la vita
La mostra viennese dedicata all’artista austriaco ripercorre il confine dissolto tra creazione, corpo, utopia e crimine
«Il mondo intero è il materiale cui dare forma creativamente». Nel film Meine keine Familie del 2012, Otto Muehl riassume così la propria idea di arte: non un oggetto separato dall’esistenza, ma una dimensione capace di inglobare ogni gesto, relazione e spazio quotidiano. Il progetto più radicale dell’artista austriaco finì però per trasformare l’utopia della liberazione in un’esperienza segnata anche dal crimine.
La Comune come opera vivente
A partire dal 1970, Muehl cercò di concretizzare il proprio programma nella Comune avviata a Vienna, in Praterstraße, e successivamente trasferita a Friedrichshof. Il gruppo, chiamato AAO, cioè Organizzazione per l’azione analitica, voleva sottrarre le persone ai condizionamenti morali e alle regole della società borghese.
La famiglia nucleare rappresentava uno dei principali bersagli della contestazione. Rileggendo in chiave comunitaria le teorie di Sigmund Freud e Wilhelm Reich, Muehl attribuiva alla Comune una funzione insieme terapeutica e pedagogica. I suoi membri, secondo il manifesto ripreso nel film, abitavano dentro un’opera costruita attraverso la loro stessa vita: un’arte senza precedenti perché «realmente viva» e capace di estendere la storia dell’arte all’intero mondo.
Il corpo cancellato dall’immagine
Questa aspirazione nasceva dal rifiuto di separare ciò che è estetico da ciò che appartiene all’esperienza ordinaria. Per Muehl, ogni barriera tra immaginazione e realtà, tra ciò che è consentito e ciò che viene proibito, doveva essere abbattuta. Il gesto artistico si spinse così verso una zona estrema, dove il corpo umano cessava di essere soltanto soggetto e diventava materia da modellare.
Le azioni degli anni Sessanta portarono al centro sessualità, fisicità e opposizione all’ordine borghese. Nelle immagini documentarie, il volto viene nascosto, l’identità individuale si dissolve e la persona appare come una superficie pittorica. La traiettoria viene letta attraverso il nichilismo: dopo la crisi dell’idea di Dio evocata da Nietzsche, anche l’uomo sembra perdere la propria centralità, in una prospettiva accostata da Muehl alla riflessione di Foucault.
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Distruzione, mito e materia
Il decennio degli anni Sessanta costituisce probabilmente il punto più intenso della sua ricerca. Muehl elaborò installazioni composte da cemento, carta e materiali di scarto, insieme a tele monocrome dalla consistenza fortemente materica. Quelle opere guardavano ai paesaggi devastati del Novecento, esperienza che l’artista aveva conosciuto anche durante la Seconda guerra mondiale, quando era soldato.
La distruzione non rimase tuttavia soltanto una diagnosi del presente. Il nichilismo venne progressivamente trasformato in uno strumento attivo per smontare la modernità occidentale e restituire alla materia una dimensione quasi sacrale. Da qui derivano il ciclo dedicato a Leda e il cigno e, in una fase successiva, la figura di Bacco, divinità legata agli eccessi della carne e degli istinti, assunta come sorta di doppio dell’artista.
La mostra sull’orlo dell’abisso
Queste tappe sono riunite nella rassegna “OTTO MUEHL: Arte sull’orlo dell’abisso”, organizzata a Vienna dal Wiener Aktionismus Museum. L’esposizione esamina con attenzione l’evoluzione di una ricerca che fu centrale nell’Azionismo Viennese, movimento nato nell’Europa centrale negli anni Sessanta e anticipatore di esperienze internazionali come la Body Art e Fluxus.
Il percorso non si limita alle opere della prima stagione. Sono presenti anche le caricature dei potenti, influenzate dalla Pop Art, e la pittura più accesa e istintiva sviluppata negli anni Ottanta. Nel complesso, la mostra restituisce il cammino di un artista che tentò di fare dell’intera esistenza una creazione, fino a mettere in discussione i limiti della libertà, dell’identità e della responsabilità.
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