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Cultura 3 min di lettura2 ore fa

Grecia, il passato diventa bottino: la guerra per l’eredità ellenica

Tra occupazione, propaganda e ricerca archeologica, italiani, tedeschi e bulgari tentarono di appropriarsi anche della memoria storica della Grecia.

L’Italia aveva già legato archeologia e dominio coloniale ben prima dell’occupazione della Grecia. Nel Dodecaneso, scavi e restauri accompagnavano il controllo italiano dal 1912; il 28 ottobre 1940 l’invasione partì dall’Albania, mentre Mussolini prometteva: «Spezzeremo le reni alla Grecia».

La spedizione militare smentì però la retorica del regime. Dopo le difficoltà iniziali, l’avanzata italiana si arrestò e, nell’aprile dell’anno seguente, l’intervento della Wehrmacht trasformò la disfatta di Roma in un successo per l’Asse.

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L’archeologia aveva già un ruolo politico

Il rapporto fra potere e antichità non nacque con l’arrivo delle truppe tedesche. Nel territorio del Dodecaneso, la presenza italiana aveva utilizzato da tempo la tutela dei monumenti e la ricerca archeologica come strumenti per consolidare il proprio dominio.

Quando la Grecia venne occupata, questa esperienza entrò in una nuova fase. Musei, scavi e attività di conservazione non rimasero estranei al conflitto: il patrimonio divenne un mezzo per costruire legittimazioni, stabilire gerarchie e presentare l’occupazione come una presunta continuità storica.


Tre zone, un’unica contesa

Tra il 1941 e il 1944 il territorio greco fu distribuito fra amministrazioni italiana, tedesca e bulgara. La divisione geografica, tuttavia, non impedì alle rispettive ideologie di convergere sull’idea che il passato ellenico potesse essere rivendicato e utilizzato.

La Germania si attribuiva il ruolo di protettrice della civiltà greca mentre esercitava il controllo sul Paese, contribuiva alla fame della popolazione e distruggeva le comunità ebraiche. Walther Wrede, alla guida dell’Istituto Archeologico Germanico, ricopriva anche l’incarico di dirigente nazista in Grecia: ricerca, tutela e propaganda procedevano così insieme.


Il Partenone al centro del simbolo

Il 27 aprile 1941 i militari tedeschi innalzarono la svastica sull’Acropoli. La scena offriva al Reich un’immagine potentissima: il proprio emblema collocato sopra il Partenone, monumento assunto dall’Europa come riferimento delle sue origini culturali.

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L’occupazione del sito non rappresentava soltanto una conquista militare. Per il nazionalsocialismo, la Grecia antica era un’eredità da incorporare e trasformare in prova della propria genealogia, anche se quella pretesa entrava in aperta contraddizione con la realtà della dominazione.


La genealogia costruita da Hitler

In una conversazione del 1942, Heinrich Heim, incaricato di mettere per iscritto i colloqui privati di Hitler, riportò una frase del Führer: «Quando ci chiedono chi siano i nostri antenati, dobbiamo sempre indicare i Greci».

Gli Elleni venivano così inseriti, attraverso una forzatura ideologica, tra gli antenati dei tedeschi di matrice nordica. Il contrasto fra l’ammirazione dichiarata per la civiltà greca e la violenza esercitata sulla Grecia costituisce uno dei nodi centrali dell’archeologia durante l’occupazione.


Gli archivi riaprono una ferita

Questa vicenda è stata esaminata ad Atene nel convegno «Archeologia e occupazione. Grecia 1941-1944», organizzato dal 15 al 17 ottobre dalla Fondazione nazionale ellenica per la ricerca, dalla Scuola Archeologica Italiana e dall’Istituto Archeologico Germanico.

L’obiettivo non era compilare un semplice elenco delle responsabilità nazionali. L’incontro ha concentrato l’attenzione sul funzionamento di scavi, musei e istituzioni culturali sotto i tre regimi occupanti, mostrando come anche il patrimonio archeologico fosse entrato nella strategia con cui gli invasori cercavano di appropriarsi della storia greca.

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