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Cronaca 3 min di lettura1 ora fa

Tumore della vescica: il 78% è vivo dopo due anni

Lo studio Volga mostra benefici significativi dalla combinazione di durvalumab ed enfortumab vedotin nei pazienti non candidabili al cisplatino.

Il tumore della vescica rappresenta l’ottava neoplasia più diagnosticata nel mondo, con oltre 635.000 nuovi casi ogni anno. Nella maggior parte dei pazienti la malattia è un carcinoma uroteliale; circa uno su quattro sviluppa una forma muscolo-invasiva, che raggiunge la parete muscolare senza aver ancora prodotto metastasi a distanza.

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Prevenzione e sintomi da non trascurare

Rossana Berardi, presidente eletto dell’Associazione italiana di oncologia medica, richiama l’attenzione sul ruolo del fumo, considerato il principale fattore di rischio modificabile. Le sostanze nocive inalate con il tabacco vengono eliminate anche attraverso le urine e possono danneggiare direttamente i tessuti vescicali. Evitare di iniziare, aiutare chi vuole smettere e limitare il contatto con agenti cancerogeni sul lavoro sono quindi interventi concreti.

Berardi sottolinea inoltre che la prevenzione e il riconoscimento precoce devono riguardare entrambi i sessi. La presenza di sangue nelle urine, anche se occasionale e non accompagnata da dolore, richiede un controllo medico: nelle donne può essere scambiata per una cistite o attribuita a un sanguinamento ginecologico, con il rischio di ritardare la diagnosi.


La combinazione cambia lo scenario

Il nuovo risultato arriva dallo studio di fase 3 Volga, i cui dati sono stati presentati al congresso 2026 della Società europea di oncologia medica, a Madrid, e pubblicati nello stesso momento sul New England Journal of Medicine. La ricerca ha coinvolto persone con carcinoma muscolo-invasivo operabile che non potevano ricevere il cisplatino oppure avevano scelto di non sottoporsi a quel trattamento.

Il protocollo prevedeva durvalumab insieme a enfortumab vedotin prima dell’operazione e un successivo trattamento nel periodo intorno all’intervento. Il confronto è stato effettuato con la sola cistectomia radicale, cioè l’asportazione della vescica, con l’eventuale aggiunta di una terapia dopo la chirurgia.


Meno recidive e progressioni

All’analisi intermedia programmata, la strategia combinata ha fatto scendere del 49% la probabilità di progressione, ricaduta, mancata operazione o morte rispetto al gruppo di controllo. Il rapporto di rischio per la sopravvivenza libera da eventi è risultato pari a 0,51, con intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,38 e 0,67 e p<0,0001.

La mediana della sopravvivenza libera da eventi non era ancora stata raggiunta tra i pazienti trattati con durvalumab ed enfortumab vedotin, mentre nel gruppo di confronto era di 12,1 mesi. A 24 mesi risultava libero da eventi il 64% dei pazienti sottoposti alla combinazione, contro il 45% di quelli assegnati alla strategia standard.

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Il dato sulla sopravvivenza globale

Anche l’analisi della sopravvivenza globale ha evidenziato un vantaggio per il trattamento sperimentale: il rischio di morte è diminuito del 42%. In nessuno dei due gruppi era stata ancora raggiunta la mediana della sopravvivenza al momento della valutazione.

A due anni era in vita il 78% dei pazienti che avevano ricevuto durvalumab con enfortumab vedotin, rispetto al 69% del braccio di confronto. Per Emiliano Tamburini, direttore del Dipartimento di Oncologia e cure palliative dell’ospedale Cardinale Panico di Tricase, il risultato è particolarmente rilevante per una categoria che per molti anni ha avuto poche alternative alla chemioterapia con cisplatino.


Un possibile nuovo standard

In Italia si stimano ogni anno circa 31mila diagnosi di tumore della vescica. Secondo Tamburini, circa il 25% riguarda una forma muscolo-invasiva: l’intervento demolitivo incide profondamente sulla vita quotidiana e, nonostante la chirurgia, la malattia torna a manifestarsi in circa la metà dei casi.

Lo specialista considera il regime perioperatorio associato a un profilo di sicurezza gestibile e ritiene che i risultati possano sostenere l’adozione di un nuovo riferimento terapeutico per i pazienti non eleggibili al cisplatino. Berardi osserva che, a due anni, più di tre persone su quattro risultano vive e con la qualità di vita mantenuta, in un percorso clinico orientato alla guarigione.


La differenza di genere pesa sulla diagnosi

Berardi invita però a non limitare il progresso alla disponibilità di farmaci più efficaci. Il carcinoma vescicale colpisce più spesso gli uomini, mentre nelle donne viene individuato con maggiore frequenza in fase avanzata e presenta una prognosi meno favorevole.

La diversa incidenza non deve ridurre l’attenzione ai segnali della malattia né alle possibilità di cura. Un approccio oncologico attento alle differenze biologiche e ai percorsi assistenziali può contribuire a offrire a uomini e donne le stesse opportunità di diagnosi tempestiva e trattamento appropriato.

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