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Cronaca 2 min di lettura23 set

Trump all’Onu rilancia il suo mondo senza arbitri

Dal palco di New York il presidente americano ha descritto gli Stati Uniti come motore unico dell’ordine globale e ha ridimensionato il ruolo delle istituzioni internazionali.

Donald Trump ha usato il palco dell’Assemblea generale per mettere in scena un’idea precisa: nei conflitti e nelle crisi internazionali, a risolvere tutto sarebbero gli Stati Uniti. Nel suo racconto, infatti, l’ordine globale dipende dall’intervento di Washington più che dal lavoro delle organizzazioni multilaterali.


L’America al centro, l’Onu ai margini

Il presidente ha presentato una lunga lista di risultati attribuiti alla sua azione, dall’Iran al Venezuela fino alla Groenlandia, passando per il Messico e per i bambini sottratti dalla Russia all’Ucraina. Il filo conduttore era netto: lui, e non le istituzioni, avrebbe riportato equilibrio dove serviva.


Il vero bersaglio è il potere delle regole

Tra i passaggi più duri del discorso c’è stato l’attacco alla Corte penale internazionale, definita da Trump una “rogue institution”, cioè una struttura fuori controllo. Ha anche chiesto ai 125 Stati membri di abbandonarla subito. La Corte, però, non fa parte dell’Onu e gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma.

Più in generale, il presidente ha rivendicato il taglio del 15 per cento al bilancio delle Nazioni Unite e la soppressione di oltre quattromila posti nella macchina burocratica dell’organizzazione. Ha accusato i «burocrati globalisti che nessuno ha mai eletto» di voler imporre tasse e agende comuni, ribadendo così la sua diffidenza verso qualunque autorità sovranazionale.

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Un sistema che funziona solo se comanda Washington

Il punto politico che emerge dal discorso è più ampio delle singole polemiche. Trump non ha chiesto di eliminare l’Onu, anzi ha sostenuto che abbia ancora un grande potenziale e ha detto di averne favorito la riforma. Però ne ha dato una versione molto limitata: un luogo di incontro tra Stati, non il cuore di un ordine fondato su regole valide per tutti.

È qui che si apre la contraddizione più grande. Nel 1945 il compromesso aveva garantito alle grandi potenze il veto in cambio dell’adesione a un sistema di sicurezza collettiva. Oggi, nel modello di Trump, resta il privilegio ma si indebolisce l’idea stessa di vincolo comune. La sua formula è un’altra: non un governo mondiale, bensì una comunità di sovrani in cui la forza americana decide, punisce e tratta. E la domanda che resta sospesa è la più semplice: se vale per Washington, perché non dovrebbe valere anche per Mosca o Pechino?

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