Sinner fermo, Zverev incalza: il calendario è davvero il colpevole
Il caso del ginocchio destro di Jannik riapre il confronto tra il tennis di ieri e quello attuale, tra carichi crescenti, dati incompleti e una vetta della classifica sempre più lontana.
Il confronto con il passato non offre una risposta semplice al caso Sinner. Le statistiche delle generazioni precedenti mostrano infatti che i migliori tennisti disputavano più incontri ufficiali rispetto a quanto accade oggi, ma il tennis moderno impone scambi più intensi, velocità superiori e sollecitazioni diverse. Stabilire se il numero degli appuntamenti sia davvero la causa principale degli infortuni resta quindi difficile.
Il passato non basta a spiegare tutto
Negli ultimi anni Jannik Sinner ha attraversato due stagioni condizionate da vicende molto diverse: prima la sospensione della Wada, poi il problema al ginocchio destro. Il suo percorso nel circuito, osservato nel periodo dei 24 e 25 anni, è diventato così un punto di partenza per interrogarsi sulla sostenibilità dell’attuale tennis professionistico.
Il paragone con i campioni di qualche decennio fa non può fermarsi al conteggio delle partite. Oggi racchette e corde favoriscono una potenza maggiore, mentre preparazione atletica, tecnica e velocità di gioco hanno alzato il livello dello sforzo in ogni scambio. Allo stesso tempo, però, sono migliorati alimentazione, prevenzione, monitoraggio e supporto psicologico: in teoria, gli atleti dispongono di strumenti più efficaci per reggere quelle sollecitazioni.
Anche la memoria sportiva tende a semplificare. In passato campioni come Totti e Del Piero tenevano il pubblico con il fiato sospeso per i loro problemi fisici; oggi, invece, ogni aggiornamento sul ginocchio di Sinner viene analizzato da un’opinione pubblica che si sente autorizzata a formulare diagnosi. Il confronto con Nadal, capace di giocare per anni nonostante condizioni fisiche complesse, alimenta ulteriormente il dibattito.
Il ginocchio resta un’incognita
L’assenza di Jannik pesa soprattutto perché l’infiammazione al ginocchio destro non sembra ancora completamente risolta, nonostante circa tre mesi senza partite ufficiali. Il suo gruppo di lavoro ha alternato visite e verifiche in strutture diverse: dalla Physioclinic di Milano al J Medical di Torino, fino ai test sui campi del Circolo della Stampa Sporting e alla ripresa degli allenamenti al Country Club di Montecarlo, dove il giocatore si era allenato anche con Flavio Cobolli.
A Lione, nei pressi della clinica Centre Orthopedique Santy, Sinner sarebbe stato inoltre sottoposto a un consulto con Bertrand Sonnery-Cottet, chirurgo ortopedico di fama internazionale che di recente ha operato i calciatori della Juventus Thuram e Locatelli. L’ultimo indizio è arrivato da una fotografia con una tifosa, diventata rapidamente oggetto di attenzione sui social.
I segnali di miglioramento non sono mancati, ma il giocatore non avrebbe ancora avvertito sufficiente stabilità per aumentare il carico di lavoro e affrontare ogni situazione con piena fiducia. In casi del genere, il parere favorevole dei medici non è necessariamente decisivo: se l’atleta non si sente sicuro, il ritorno alla competizione rimane problematico.
Nel frattempo, il silenzio del suo entourage ha aumentato le congetture. Le informazioni sulle condizioni reali sono rimaste limitate, una scelta comprensibile quando è coinvolta la salute di un campione al centro di interessi economici molto rilevanti, ma difficile da accettare per gli appassionati. La comunicazione, in situazioni così delicate, non può essere ricondotta a regole fisse: resta però il bisogno di indicazioni capaci di orientare il pubblico.
La vetta si allontana
L’infortunio ha già costretto Sinner a rinunciare alla trasferta americana e, in successione, agli appuntamenti di Pechino e Shanghai. L’assenza ha aperto una prospettiva concreta per Alexander Zverev: con un bottino pieno in Cina, il tedesco potrebbe diventare il 30esimo numero uno dell’era ATP già il prossimo 19 ottobre.
Per conservare il primo posto a fine stagione, Sinner avrebbe bisogno non soltanto di un rientro brillante, ma anche di un rallentamento improvviso del rivale. L’azzurro deve infatti difendere 3.000 punti raccolti nel 2025 grazie al successo a Vienna, Parigi e alle ATP Finals, mentre Zverev ne ha appena 930 da proteggere. Anche eventuali passi falsi del tedesco a Pechino o Shanghai non cancellerebbero le difficoltà dell’italiano.
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Restano così senza risposta tre interrogativi: Sinner riuscirà a tornare in tempo per le ATP Finals? Sarà disponibile per la Coppa Davis? Potrà terminare l’annata davanti a tutti? Senza una diagnosi ufficiale e senza indicazioni precise sul recupero, nessuno può fornire una risposta attendibile.
Il calendario sotto accusa
Gli stop di Sinner e Carlos Alcaraz hanno riacceso la discussione sulla struttura del circuito. I tornei sono accusati di essere troppo numerosi e dilatati, con più incontri e meno giorni destinati al recupero o alla prevenzione. Nel mirino è finito soprattutto il formato di 12 giorni adottato da sette dei nove Masters 1000.
Le prove disponibili, tuttavia, non dimostrano ancora un rapporto diretto tra l’allungamento della stagione e la crescita degli infortuni. La Professional Tennis Players Association sostiene che il calendario abbia ridotto i tempi di recupero e, lo scorso agosto, ha diffuso dati secondo cui nel 2026 i problemi alla parte superiore del corpo sarebbero aumentati del 42% rispetto all’anno precedente, mentre quelli al braccio avrebbero segnato un incremento del 112%.
L’analisi si basa su oltre 30.000 partite osservate nell’arco di otto anni, ma non dispone ancora di un insieme di dati accessibile al pubblico né di una verifica scientifica indipendente. Per questo i risultati indicano una possibile tendenza, non una conclusione definitiva.
Uno studio pubblicato sull’European Journal of Sport Science nel settembre 2024 ha esaminato oltre 167mila incontri ATP e 46mila partite WTA disputati dal 1973 al 2019. La ricerca ha registrato un aumento dei ritiri per problemi fisici, soprattutto nelle stagioni più recenti, offrendo dunque qualche elemento a sostegno delle preoccupazioni espresse dai giocatori.
Il carico non è solo partite
La ricerca ha evidenziato anche differenze legate alle superfici. Il cemento presenta il numero più alto di ritiri, seguito dalla terra battuta, mentre l’erba mostra i valori più contenuti. Questo elemento suggerisce che la frequenza degli infortuni non dipenda esclusivamente dal totale dei tornei o degli incontri disputati.
Il limite principale delle analisi disponibili riguarda il modo in cui viene misurato il carico complessivo. Contare le partite non basta: bisognerebbe considerare la loro durata, le ore di allenamento, l’intensità delle sedute, i giorni consecutivi trascorsi in attività, gli spostamenti intercontinentali, i cambi di superficie, il clima, la pressione psicologica e il tempo effettivo lasciato al recupero.
I dati sui ritiri, inoltre, non includono gli acciacchi gestiti senza abbandonare una partita né le condizioni fisiche affrontate durante allenamenti e trasferte. Manca ancora un sistema trasparente e condiviso da ATP e WTA capace di raccogliere tutti questi elementi e stabilire quale peso abbia davvero il calendario.
Resta quindi aperto il confronto tra due spiegazioni: i tennisti si fanno male perché giocano troppo oppure perché il controllo dello stato fisico e la programmazione individuale non sono abbastanza accurati? L’ATP ricorda da tempo che sono gli stessi giocatori a scegliere i tornei. Il caso Sinner, però, mostra quanto sia difficile separare le responsabilità del calendario dai limiti della gestione quotidiana del corpo.
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