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Cronaca 4 min di lettura1 ora fa

Sanità, la violenza invisibile: 1 su 6 subisce svalutazioni continue

Lo studio Brave-Wow fotografa aggressioni, abusi gerarchici e carenze nei servizi di sostegno: il sovraccarico di lavoro è il fattore più associato agli episodi

La violenza nei servizi sanitari non coincide soltanto con urla, minacce o aggressioni fisiche. Una parte rilevante del fenomeno si consuma senza clamore, attraverso competenze ignorate, contributi sminuiti e attività professionali continuamente messe in discussione: una dinamica che colpisce con regolarità 1 operatore su 6. Secondo Marco Giustini, epidemiologo dell’Istituto Superiore di Sanità e responsabile dell’analisi italiana, il riconoscimento degli episodi è indispensabile, ma la prevenzione richiede anche risposte concrete dopo le segnalazioni.


La violenza più difficile da vedere

La svalutazione sistematica del lavoro riguarda il 16,3% dei partecipanti e raggiunge il 19,3% negli ospedali. È la forma ricorrente più frequente tra quelle rilevate, davanti a urla e insulti, indicati dal 15,1%, e agli abusi legati ai rapporti gerarchici, pari al 12,1%.

Il fenomeno nasce spesso dalla ripetizione di comportamenti che, considerati singolarmente, possono apparire marginali: l’esclusione dalle decisioni, il mancato riconoscimento delle capacità o la continua delegittimazione. Anna Carannante, ricercatrice dell’ISS e componente del gruppo di lavoro, sottolinea che proprio la normalizzazione di queste condotte rende più complesso individuarle e contrastarle.


Il peso del lavoro cambia lo scenario

Nel 68,1% dei casi gli operatori riferiscono di avere assistito almeno occasionalmente a episodi di violenza verbale. La violenza psicologica viene invece segnalata dal 65,7% del campione, a conferma di quanto il problema non sia limitato alle situazioni più visibili dei pronto soccorso.

Il sovraccarico e l’eccessiva presenza di utenti nelle strutture rappresentano il contesto più spesso collegato agli episodi, con il 54,3% delle indicazioni. Turni notturni ed emergenze, pur presenti nel quadro, risultano meno frequentemente associati alla violenza rispetto alla pressione quotidiana sull’organizzazione del lavoro.


Il ruolo dei superiori è centrale

Quando gli episodi si verificano solo saltuariamente, i familiari dei pazienti sono indicati come principale fonte di aggressione dal 54,5% dei partecipanti; negli ospedali la percentuale arriva al 59,1%. Nelle situazioni ripetute, però, la figura più ricorrente è quella del superiore o del responsabile.

Tra le persone che dichiarano di avere subito violenze o molestie, il 37,9% richiama infatti un soggetto gerarchicamente sovraordinato. Negli ospedali il dato sale al 43,2%; seguono familiari dei pazienti, al 25,2%, colleghi, al 24,4%, e pazienti, al 21,1%. Il risultato descrive la frequenza con cui i diversi soggetti compaiono nelle esperienze riportate e non attribuisce una responsabilità generale alla dirigenza sanitaria.

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Segnalare non significa essere tutelati

Il 52,7% degli intervistati ritiene di poter discutere apertamente con la dirigenza le situazioni problematiche. La fiducia nell’efficacia delle risposte, tuttavia, scende al 39,2%, mentre appena il 31,9% riconosce nella propria organizzazione misure di prevenzione facilmente individuabili.

I servizi di sostegno risultano ancora meno presenti. Il supporto psicologico viene indicato dal 20,8% del campione, il personale incaricato di seguire gli episodi dal 18,7%, il servizio di consulenza dal 18,3% e l’assistenza legale dal 16,1%; negli ospedali le quote sono ulteriormente inferiori. Anche la presenza di codici etici o di condotta, pur riconosciuta da circa quattro operatori su dieci, non si traduce automaticamente in una protezione percepita come efficace.


Un problema comune a quattro Paesi

La componente di genere emerge soprattutto come esperienza personale. Più della metà di chi riferisce violenze o molestie ritiene che il proprio genere abbia inciso almeno in parte su quanto accaduto, mentre soltanto il 7,3% vede nella propria organizzazione una dimensione strutturale legata al genere. Il 21,3% segnala inoltre di essersi visto negare una promozione o un aumento rispetto a colleghi di altro genere; negli ospedali il valore arriva al 24,9%.

Il confronto internazionale mostra una notevole stabilità nel coinvolgimento dei superiori: tra il 42% e il 45% degli operatori di Italia, Portogallo, Spagna e Slovenia li indica tra le persone associate agli episodi, con una distanza massima di 2,7 punti percentuali. L’Italia registra la quota più alta di chi riconduce almeno in parte la violenza subita al genere, pari al 56%, contro il 39% della Spagna, il 35% del Portogallo e il 30% della Slovenia.

L’indagine fa parte di Brave-Wow, progetto europeo realizzato contemporaneamente nei quattro Paesi e condotto su oltre 4.600 professioniste e professionisti di 35 strutture: ospedali, residenze sanitarie assistenziali, servizi territoriali, centri di salute e strutture per l’assistenza a lungo termine. In Italia il coordinamento è stato affidato all’Istituto Superiore di Sanità e hanno partecipato 2.149 operatori di 14 strutture.

Il quadro comune riguarda anche la distanza tra la possibilità di parlare e la convinzione che l’organizzazione intervenga davvero. Gli ospedali italiani risultano i più dotati di strumenti tra i quattro sistemi esaminati, ma meno di un operatore su quattro dichiara di avere accesso a servizi di sostegno per le vittime di violenza e molestie.

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