Salute cardiometabolica, il conto per l’Ue supera i 282 miliardi: la sfida è prevenire
A Milano istituzioni, esperti e associazioni hanno discusso come ridurre diagnosi tardive, cure frammentate e ritardi nell’accesso alle terapie.
Il peso delle malattie cardiometaboliche non si misura soltanto negli ospedali. Nell’Unione europea le sole patologie cardiovascolari generano ogni anno costi superiori a 282 miliardi di euro, con conseguenze anche sulla produttività, sulle famiglie e sui sistemi di protezione sociale. Da questa realtà ha preso le mosse a Milano il confronto “State of Health - The Milan Dialogue”, promosso da Lilly durante la riunione annuale 2026 dell’European Association for the Study of Diabetes (Easd).
Il ritardo pesa su salute ed economia
Nel 2021 malattia e disabilità hanno determinato la perdita di 256 milioni di giornate lavorative. Alle morti premature sono stati inoltre associati 1,3 milioni di anni lavorativi persi. Il dato economico, dunque, comprende una quota di circa 47 miliardi di euro riconducibile alla minore produttività, ma una parte consistente dell’impatto ricade anche fuori dai bilanci sanitari.
Durante l’incontro è stato sottolineato che complicanze e interventi tardivi aumentano il carico complessivo delle patologie. Il Piano europeo per la salute cardiovascolare inserisce malattie cardiovascolari, diabete e obesità nel dibattito sulla resilienza e sulla competitività dell’Unione: la salute viene così considerata anche un investimento sulle persone e sulla crescita nel lungo periodo.
Diagnosi precoce ancora disomogenea
Uno dei principali ostacoli riguarda la capacità di riconoscere tempestivamente il rischio. Secondo i dati riferiti alla Regione europea dell’International Diabetes Federation, nel 2024 circa 65,6 milioni di adulti convivevano con il diabete e il 33,6%, pari a circa 22 milioni di persone, non sapeva di averlo.
Individuare prima la malattia, però, non basta se dopo la diagnosi non esiste un percorso stabile e adeguatamente sostenuto. In Europa i modelli di assistenza restano spesso separati tra loro e soltanto 6 Stati membri controllano in modo sistematico gli esiti cardiovascolari tramite le cartelle cliniche elettroniche. Nella maggior parte dei Paesi mancano inoltre registri nazionali completi dedicati a malattie cardiovascolari e diabete.
L’accesso alle cure resta variabile
Anche quando un farmaco è autorizzato, la sua disponibilità concreta per i pazienti può richiedere tempi molto diversi. Per le terapie approvate con procedura centralizzata nell’Unione europea tra il 2021 e il 2024, l’intervallo mediano tra autorizzazione e accesso è stato di 532 giorni, con differenze comprese tra 56 e 1.201 giorni nei vari mercati.
La presenza formale di una terapia non garantisce quindi che questa venga realmente raggiunta da chi ne ha bisogno. Diagnosi tardive, percorsi assistenziali spezzati e difficoltà nel controllo successivo possono diventare barriere ulteriori, anche dopo l’arrivo del trattamento nel sistema sanitario.
Dagli esperti una richiesta comune
Il dialogo milanese ha coinvolto rappresentanti delle istituzioni, ricercatori, associazioni di pazienti, economisti sanitari e giornalisti di diversi Paesi europei. Tra i partecipanti figuravano Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, e Paolo Gentiloni, già presidente del Consiglio e già commissario europeo per l’Economia.
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Sono intervenuti inoltre Chantal Mathieu, presidente dell’European Diabetes Forum, Francesco Giorgino, alla guida dell’European Association for the Study of Diabetes e docente di Endocrinologia all’Università di Bari, e Tadej Battelino, rappresentante regionale dell’International Diabetes Federation Europe. L’iniziativa ha ricevuto il patrocinio di International Diabetes Federation Europe.
Dai 10 gruppi di lavoro è arrivata una posizione condivisa: “L’Europa conosce ormai con chiarezza la portata della sfida, ma deve ancora dotarsi di strumenti condivisi di misurazione, percorsi adeguatamente finanziati e responsabilità chiaramente definite per trasformare le evidenze in azione”.
Standard comuni senza centralizzare tutto
Secondo i partecipanti, la risposta dovrebbe poggiare su una governance più chiara, fondi dedicati e indicatori confrontabili tra i Paesi. L’Europa potrebbe fissare riferimenti e criteri comuni, lasciando poi ai sistemi nazionali il compito di applicarli secondo le rispettive competenze.
La discussione ha toccato anche il regolamento europeo sulla valutazione delle tecnologie sanitarie, già indicato come uno strumento per avvicinare i criteri di analisi clinica. Resta però da definire come quantificare in modo più uniforme il valore della prevenzione e il prezzo del rinvio, includendo gli effetti sulle complicanze, sui percorsi assistenziali e sulla società.
Per la diagnosi precoce, i presenti hanno collegato l’efficacia dell’intercettazione del rischio alla disponibilità di un’assistenza continuativa. Sul fronte dell’accesso, invece, è stata considerata l’ipotesi di un metodo europeo condiviso per misurare i ritardi, i costi evitati e i risultati ottenuti, anche se le valutazioni sulle barriere che si formano prima o dopo il rimborso non sono state identiche.
ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.
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