Roma, il rastrellamento che non va dimenticato: solo 16 superstiti
Il 16 ottobre 1943 oltre mille ebrei romani furono catturati e deportati: tra loro non sopravvisse nessun bambino.
A Roma quella ferita continua a parlare attraverso la lapide collocata al Tempio Maggiore e, soprattutto, grazie alle testimonianze dei pochi che riuscirono a tornare. I loro racconti sono diventati uno strumento per trasmettere alle nuove generazioni la memoria di una persecuzione che non deve ripetersi.
Delle persone deportate, soltanto 16 fecero ritorno: 15 uomini e una donna, Settimia Spizzichino, scomparsa nel 2000. Nessun bambino sopravvisse alla deportazione.
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Sedici superstiti contro l’oblio
Il ricordo di quei giorni non è affidato soltanto alla pietra commemorativa. Le voci dei testimoni hanno conservato episodi, paure e perdite, mantenendo vivo il legame tra la tragedia del 1943 e il dovere della memoria nel presente.
La sorte dei deportati fu segnata da un viaggio senza ritorno. La maggioranza venne trasferita ad Auschwitz-Birkenau, dove uomini, donne e bambini furono inghiottiti dalla macchina di sterminio nazista.
La retata colpì tutta Roma
Il rastrellamento cominciò all’alba del 16 ottobre 1943, quando le SS naziste, affiancate dai fascisti, entrarono nel quartiere ebraico della Capitale. Le operazioni, però, non rimasero concentrate nel Ghetto: furono coinvolte anche zone come Trastevere, Testaccio, Monteverde e il Salario.
La data non fu scelta casualmente. Era un giorno di riposo per gli ebrei e coincideva con Sukkot, circostanza che offriva ai militari la certezza di trovare molte persone nelle loro abitazioni.
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Case svuotate e deportazione
Nel complesso furono catturate 1.259 persone: 689 donne, 363 uomini e 207 bambini. Furono costrette a lasciare le proprie case e i beni accumulati nel corso della vita, senza sapere quale sarebbe stata la loro destinazione.
I prigionieri vennero condotti a Palazzo Salviati. Qui ricevettero fogli redatti in italiano con le disposizioni relative alla deportazione ormai imminente. Tra i detenuti c’erano anche due donne incinte, che partorirono due bambine nel cortile dell’ex collegio militare della Capitale.
Dal rilascio al convoglio
Duecentoventisette persone furono liberate perché appartenenti a famiglie miste. Per oltre 1.000 ebrei romani, invece, la cattura si trasformò in deportazione.
La mattina del 18 ottobre 1943 le SS li condussero alla stazione Tiburtina. Da lì partirono su un convoglio composto da 18 vagoni destinati al trasporto del bestiame, diretti verso i campi di sterminio. La maggior parte fu mandata ad Auschwitz-Birkenau, da cui soltanto 16 persone tornarono.
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