Retina, faricimab regge alla prova della pratica clinica: i nuovi dati
Le evidenze presentate a Vienna mostrano benefici visivi e anatomici nelle principali patologie retiniche, con risultati positivi anche nei pazienti già trattati.
Il trattamento con faricimab mostra risultati duraturi anche nei casi più complessi. Nei dati a due anni dello studio Salween, dedicato alla vasculopatia polipoidale della coroide, i pazienti hanno guadagnato in media 7,3 lettere di acuità visiva e registrato una diminuzione media dello spessore foveale centrale pari a 127 micrometri tra le settimane 100 e 108.
Salween conferma i benefici a due anni
Al secondo anno, il 74% dei pazienti non presentava più fluido nella retina, mentre l’86% aveva raggiunto l’inattivazione delle lesioni polipoidali. La regressione completa delle lesioni è stata osservata nel 62% dei casi.
Anche la frequenza delle somministrazioni si è ridotta: il 61% dei partecipanti ha potuto allungare l’intervallo tra le dosi fino a 20 settimane. Secondo i dati disponibili, questo risultato ha alleggerito il carico terapeutico senza modificare il profilo di sicurezza, rimasto favorevole e coerente con quello già osservato nella degenerazione maculare neovascolare legata all’età.
La pratica quotidiana mette alla prova la terapia
Le evidenze dello studio Voyager, presentate al Congresso annuale Euretina 2026 di Vienna, riguardano invece la degenerazione maculare neovascolare legata all’età, l’edema maculare diabetico e l’occlusione venosa retinica. L’analisi ha valutato efficacia, durata dell’effetto e sicurezza di faricimab in pazienti mai trattati e in persone già sottoposte ad altre terapie.
Robyn Guymer, presidente del comitato direttivo di Voyager e vicedirettrice del Centro per la ricerca oculistica australiano, ha sottolineato che i partecipanti alla pratica clinica presentano caratteristiche più varie rispetto a quelle dei soggetti selezionati per gli studi controllati. «I più recenti dati dello studio Voyager confermano ai medici di tutto il mondo che faricimab offre miglioramenti visivi duraturi, una riduzione significativa del fluido retinico e un profilo di sicurezza consolidato nella pratica quotidiana», ha dichiarato.
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Vista e retina migliorano nei diversi gruppi
Dopo 12 mesi, nelle coorti dedicate a nAMD e Dme, i pazienti che iniziavano per la prima volta una terapia hanno ottenuto progressi sia nella capacità visiva sia nello spessore foveale centrale. Tra coloro che avevano già ricevuto trattamenti, la vista è rimasta stabile, mentre l’analisi anatomica ha evidenziato un miglioramento.
Per l’occlusione venosa retinica, il beneficio clinico è emerso già dopo sei mesi. Nei casi centrali o emicentrali, vista e spessore foveale centrale sono migliorati indipendentemente dal precedente trattamento; nell’occlusione di branca, invece, i pazienti mai trattati hanno mostrato un recupero visivo e anatomico, mentre quelli già curati hanno conservato la vista con una riduzione dello spessore foveale.
Meno fluido e possibile riduzione delle dosi
L’analisi di Voyager ha inoltre rilevato una diminuzione costante del fluido sottoretinico e di quello intraretinico, sia negli occhi trattati per la prima volta sia in quelli già esposti ad altre terapie. Nei gruppi nAMD e Dme, tra il settimo e il dodicesimo mese sono state necessarie meno iniezioni rispetto al primo semestre, un dato compatibile con un possibile allungamento degli intervalli di trattamento.
Le osservazioni sulla sicurezza sono risultate generalmente sovrapponibili a quelle emerse negli studi di fase III sulle tre patologie analizzate. Levi Garraway, responsabile medico e dello sviluppo globale dei prodotti di Roche, ha affermato che i risultati ottenuti nella pratica clinica confermano la capacità di faricimab di mantenere i benefici visivi e ridurre il fluido retinico anche al di fuori dei protocolli sperimentali.
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