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Cronaca 2 min di lettura13 ore fa

Regeni, dopo 3.890 giorni arriva il verdetto: cosa rischiano gli 007

A Roma si chiude il primo grado per i quattro agenti egiziani accusati del sequestro, delle torture e della morte del ricercatore italiano.

Per i genitori di Giulio Regeni il giorno della sentenza arriva dopo un’attesa durata 3.890 giorni. La prima Corte d’Assise di Roma è chiamata a pronunciarsi sui quattro esponenti dei servizi di sicurezza egiziani imputati per la vicenda del ricercatore friulano, trovato senza vita nel 2016 con evidenti tracce di violenza.


Il verdetto atteso dai familiari

In aula saranno presenti ancora una volta Paola e Claudio Regeni, che dall’inizio della vicenda chiedono verità e giustizia per il figlio. La loro avvocata Alessandra Ballerini ha descritto un percorso segnato da pressioni, incontri istituzionali, rapporti con rappresentanti egiziani, minacce e ostacoli continui.

Secondo la legale, la famiglia ha affrontato lo scontro con le autorità egiziane senza rinunciare alla propria dignità e senza trasformare il dolore in richiesta di vendetta. “La famiglia Regeni non si è fatta mai contaminare dall'odio”, ha detto Ballerini nel corso del dibattimento, ricordando come i familiari abbiano continuato a rivendicare soltanto “verità e giustizia”.


Le richieste dell’accusa

Il 23 giugno scorso il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha sollecitato la condanna all’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, indicato dall’accusa come l’autore materiale dell’uccisione. Per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr la richiesta è invece di 17 anni e mezzo di reclusione ciascuno.

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La Procura sostiene che Giulio sia stato sequestrato il 25 gennaio 2016 e sottoposto a violenze fino alla sua morte, avvenuta tra gennaio e febbraio di quello stesso anno. L’accusa non considera il caso come un delitto riconducibile a criminali comuni, ma come l’azione di funzionari appartenenti agli apparati statali egiziani.


Prove contro silenzi e depistaggi

Nel corso della requisitoria, Colaiocco ha sostenuto che il processo abbia ricostruito i fatti attraverso documenti, testimonianze, accertamenti scientifici e verifiche svolte in aula. “Questo processo non consegna una verità intuitiva o emotiva”, ha affermato il rappresentante della Procura, sottolineando il carattere processuale della ricostruzione.

Per i pm di piazzale Clodio, le autorità del Cairo avrebbero ostacolato l’accertamento dei fatti, proteggendo i responsabili e diffondendo ricostruzioni ritenute false o di comodo. Il movente indicato dall’accusa è una presunta e infondata interpretazione delle attività di Regeni come operazioni di intelligence ostile: il ricercatore, hanno ribadito i magistrati, non era una spia, ma un giovane di 27 anni impegnato nel proprio lavoro.

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