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Cronaca 4 min di lettura53 min fa

Pozzi fermi, il governo accelera: quali Comuni possono incassare di più

Il decreto sui titoli minerari prova a sbloccare le pratiche regionali mentre l’esecutivo cerca più petrolio e gas italiani per contenere la crisi dei carburanti.

A beneficiare della possibile ripartenza delle attività estrattive non sarebbero soltanto le aziende energetiche. Anche i Comuni sede dei pozzi potrebbero ricevere nuove entrate, come già accaduto in territori dove royalties, diritti e altri versamenti hanno prodotto incassi milionari. Il governo punta ora a ridurre i tempi amministrativi per le pratiche rimaste ferme, mentre prepara un confronto con petrolieri e raffinatori sull’aumento della produzione nazionale.


I Comuni già premiati dai pozzi

Nel 2025 Eni ha versato complessivamente 144 milioni di euro tra royalties, diritti e altri corrispettivi. La quota più consistente, pari a 55,6 milioni, è stata destinata al ministero dell’Economia; altri 38,3 milioni sono finiti alla Regione Basilicata. Il resto è stato distribuito tra Comuni e altri enti territoriali interessati dalle attività.

Tra gli esempi più rilevanti figura Gela, in provincia di Caltanissetta, che ha ricevuto 6,6 milioni di euro. Viggiano, nel Potentino, ne ha incassati 4,2 milioni, mentre Bronte, nel Catanese, ha ottenuto 2,6 milioni. Anche altri gruppi hanno effettuato pagamenti significativi: TotalEnergies ha dichiarato versamenti per 114 milioni di dollari e Shell per 144 milioni di dollari.


Il decreto prova a sbloccare le pratiche

Il provvedimento approvato il 10 settembre 2026 è il decreto-legge numero 157, intitolato “Disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi al protrarsi della nuova crisi dei mercati internazionali e di infrastrutture e attività energetiche strategiche”. Una parte ha prorogato fino al 17 settembre lo sconto sull’accisa del gasolio, quantificato in circa 17 centesimi al litro; l’altra interviene sulle procedure per cercare e coltivare idrocarburi sulla terraferma.

La nuova procedura riguarda le intese rimaste senza risposta da parte delle Regioni, non quelle già respinte. Se l’ente non si esprime entro 45 giorni, il presidente del Consiglio può assegnare un termine aggiuntivo fino a 60 giorni, riducibile a 30 in determinate circostanze, convocando anche un tavolo di confronto. In caso di ulteriore inadempienza e di interesse nazionale a rischio, il Consiglio dei ministri può nominare un commissario incaricato di assumere la decisione. L’incarico non prevede compensi, gettoni o rimborsi.


Quindici domande ancora in sospeso

L’iter ordinario prevede che le imprese chiedano prima un permesso di ricerca e poi una concessione per la coltivazione del giacimento. Sulla terraferma i titoli sono rilasciati dal ministero dell’Ambiente d’intesa con la Regione; per le operazioni in mare è invece necessario il parere del Comitato per la sicurezza delle operazioni nel settore degli idrocarburi.

Secondo il bollettino ministeriale di settembre 2026, le richieste pendenti per nuovi titoli sono 15: 12 permessi di ricerca e 3 concessioni di coltivazione. Tra le società interessate figurano Eni, Aleanna Italia, Apennine Energy e Delta Energy, con progetti distribuiti tra Basilicata, Emilia-Romagna, Lombardia, Calabria, Puglia e Campania.

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Il caso più datato è quello di Agosta, nei territori ferraresi di Comacchio e Ostellato. La domanda risale al 1° settembre 2003: dopo il via libera ministeriale del 2004, subordinato alla valutazione ambientale, la conferenza dei servizi è stata avviata nel 2006. L’iter è stato sospeso nel 2014 e riattivato l’anno successivo; nel 2017 la Regione ha espresso un parere negativo, seguito nello stesso anno da una valutazione positiva con prescrizioni della commissione tecnica. Nel 2023 il ministero dell’Ambiente ha poi riconosciuto la compatibilità ambientale del progetto di messa in produzione.


Riserve limitate e meno autorizzazioni

La spinta dell’esecutivo si inserisce in un quadro di disponibilità nazionali contenute: le riserve ammontano a circa 34 miliardi di metri cubi di gas e 76,9 milioni di tonnellate di petrolio. Nel frattempo, i permessi di ricerca sono scesi da 111 nel 2016 a 44 nel 2026, mentre i titoli legati all’estrazione sono passati da 202 a 182.

Alla riduzione hanno contribuito la moratoria varata dal governo Conte I nel 2019 e il Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee del 2022. Alcune sentenze del Tar del Lazio, nel febbraio 2024, hanno poi annullato parti di quel piano. Resta inoltre in vigore il divieto, introdotto alla fine del 2024 dal decreto-legge numero 153, di concedere nuovi permessi per la ricerca e la produzione di idrocarburi liquidi; i titoli già assegnati possono invece proseguire per tutta la vita utile del giacimento.


Il tavolo del governo con il settore

Il confronto istituzionale è fissato per l’8 ottobre 2026 alle 16:30, a palazzo Piacentini. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e il ministro delle Imprese Adolfo Urso incontreranno rappresentanti di petrolieri e raffinatori per discutere come aumentare l’estrazione e la raffinazione interne.

Sono stati convocati Unem, Sonatrach, Socar-IP, Iplom, Kpi, Alma Petroli, Ludoil/Isab, Eni, Saras e Innovhub. La riunione arriva dopo le misure già adottate sul prezzo dei carburanti e i contatti con gli operatori per applicare limiti volontari alle tariffe praticate nelle loro stazioni di servizio. Il governo considera il tavolo e lo sblocco delle pratiche due strumenti paralleli per affrontare i rincari legati alla crisi internazionale.

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