Pensioni, il paradosso dei contributi: 384 euro diventano 749 netti
Tre esempi mostrano come integrazioni, maggiorazioni e fisco possano favorire un assegno maturato con meno contributi rispetto a una pensione più alta sulla carta.
Il sistema previdenziale italiano può produrre un risultato inatteso: chi ha maturato un assegno molto basso, grazie agli interventi di sostegno, può ritrovarsi con più denaro di chi ha versato contributi per una carriera più lunga. È il caso di Gianni, che parte da 384,62 euro mensili calcolati sulla contribuzione e arriva a 749,11 euro netti, superando pensionati con una prestazione originaria più consistente.
Il netto ribalta la classifica
L'analisi "Gli effetti della perequazione delle pensioni nel 2026", realizzata dall'ufficio Previdenza della Cgil insieme allo Spi, mette a confronto tre situazioni. Gianni ha maturato 384,62 euro lordi al mese, Francesco 692,31 euro e Carmelo 807,69 euro: nonostante l'ordine crescente degli importi teorici, il risultato finale cambia completamente dopo bonus e imposte.
Per Gianni scatta l'integrazione al minimo, pari a 218,78 euro. Al suo assegno si aggiungono inoltre 13,27 euro di incremento transitorio e 132,44 euro di maggiorazione sociale, quest'ultima esente da tassazione. Il totale raggiunge 749,11 euro mensili, pari a 9.738 euro all'anno; la parte imponibile, pari a 8.016 euro, resta sotto la soglia della no tax area fissata a 8.500 euro. Irpef e addizionali, quindi, non vengono applicate.
Più contributi, meno assegno finale
Francesco si trova in una posizione meno favorevole. La sua pensione calcolata sulla contribuzione è di 692,31 euro e non consente l'integrazione al minimo; riceve soltanto 43,53 euro di maggiorazione sociale. Dopo 25,37 euro di trattenute mensili, il pagamento effettivo scende a 710,47 euro.
Carmelo, pur avendo maturato l'importo più elevato dei tre, non beneficia di integrazioni o maggiorazioni. Sul suo assegno di 807,69 euro gravano 61,72 euro di prelievi fiscali e il netto si ferma a 745,97 euro: 3,14 euro in meno rispetto a Gianni. Il confronto evidenzia così come la somma ricevuta non dipenda soltanto dai contributi accumulati.
Il ruolo delle misure assistenziali
Integrazione al minimo e maggiorazioni sociali sono state introdotte per sostenere i pensionati con redditi ridotti. Tuttavia, quando vengono combinate con le regole fiscali, possono attenuare o persino invertire la differenza tra chi ha avuto una carriera contributiva discontinua e chi ha lavorato più a lungo.
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La Cgil definisce il risultato una disparità difficilmente conciliabile con i principi di equità. Il sindacato non propone di eliminare gli strumenti contro la povertà, considerati essenziali, ma ritiene necessario coordinare meglio previdenza, assistenza e tassazione, così da non penalizzare chi ha costruito un assegno più alto attraverso anni di versamenti.
La rivalutazione amplia il divario
Anche l'adeguamento degli assegni all'inflazione può aumentare la distanza tra i diversi trattamenti. Le pensioni che rimangono sotto la soglia esentasse incassano l'incremento senza riduzioni fiscali; per gli importi superiori, invece, una parte della rivalutazione viene assorbita da Irpef e addizionali.
I dati riportati dallo Spi-Cgil mostrano la differenza: tra il 2022 e il 2026 una pensione lorda di 550 euro è salita a 641 euro, con una crescita netta del 16,46%. Per gli assegni da 800 e 1.000 euro, l'aumento netto è stato rispettivamente del 12,27% e del 12,93%.
Secondo il sindacato, questa dinamica riduce progressivamente il divario tra le pensioni ottenute con una lunga storia lavorativa e quelle sostenute da misure assistenziali o da maggiorazioni. A parità di bisogno economico, il risultato può quindi diventare più favorevole per chi riceve integrazioni rispetto a chi dispone di una pensione previdenziale più alta, ma soggetta a imposizione.
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