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Cronaca 2 min di lettura1 ora fa

Pamela Genini, la traccia sul nastro riapre il caso: resta il mistero del Dna

Gli investigatori hanno isolato materiale genetico vicino al taglio del nastro usato per richiudere la tomba, ma il confronto con l’unico sospettato non è stato possibile

A un anno dall’omicidio di Pamela Genini, un minuscolo reperto potrebbe offrire un nuovo elemento per ricostruire la profanazione della sua sepoltura. Sul nastro adesivo impiegato per richiudere il loculo è stata individuata una traccia genetica, ma la sua attribuzione resta ancora incerta: Francesco Dolci, unico sospettato, non ha accettato il prelievo necessario per il confronto.

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Il Dna resta senza un nome

Il frammento è stato esaminato dai carabinieri del Ris insieme agli altri materiali recuperati nel cimitero di Strozza. La traccia si trova vicino a un taglio del nastro che, secondo l’ipotesi investigativa, potrebbe essere stato praticato usando i denti.

Sulla natura del profilo genetico, però, gli elementi disponibili non coincidono. I consulenti di Dolci sostengono che si tratti di una traccia femminile, mentre dagli accertamenti investigativi emergerebbe un possibile profilo maschile. Il punto centrale resta comunque l’identità della persona cui appartiene il materiale biologico.

Dolci, 41 anni, amico della vittima e originario di Sant’Omobono Terme, ha respinto il prelievo del campione utile a verificare un’eventuale corrispondenza. La sua posizione continua a essere valutata dagli inquirenti, ma la mancata comparazione non costituisce, da sola, una prova di responsabilità.


Gli altri reperti sotto esame

Le verifiche non riguardano soltanto il nastro. Gli specialisti stanno studiando anche le impronte e le ulteriori tracce biologiche raccolte nella zona della sepoltura, compresa la parte interna della lastra provvisoria e i materiali utilizzati per richiudere il loculo.

Tra gli elementi acquisiti figura anche un tassello collocato nella parte superiore. L’analisi complessiva dovrà stabilire se esistano collegamenti tra i reperti e la persona che ha materialmente aperto la tomba e sottratto la testa della giovane.

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Il taglio può chiarire la dinamica

Un altro capitolo dell’inchiesta dipende dagli accertamenti medico-legali e antropologici. La Procura attende le valutazioni di Matteo Marchesi, primario dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, e dell’antropologo forense Marco Cummaudo, impegnato nel gruppo collegato a Cristina Cattaneo e al Labanof, Laboratorio di antropologia e odontologia forense di Milano.

Gli esperti dovranno esaminare il taglio alla base del collo per capire quale strumento possa essere stato utilizzato. Dovranno inoltre valutare quanto fosse recente o datata l’operazione quando il corpo venne ritrovato, diversi mesi dopo la presunta profanazione, così da restringere l’intervallo temporale dell’azione.

La violazione della tomba venne scoperta il 23 marzo, quando personale comunale e addetti delle pompe funebri aprirono il loculo per trasferire la bara nella nuova sepoltura di famiglia. Il cimitero di Strozza era rimasto chiuso per lavori durante la settimana precedente.

Il coperchio apparve subito inclinato e non completamente sigillato. Dopo la rimozione, gli operatori notarono il taglio praticato nella lastra superiore e l’assenza della testa dal corpo di Pamela Genini.

Secondo la ricostruzione dei carabinieri, una sola persona avrebbe potuto compiere l’operazione, estraendo la bara e sistemando il feretro in posizione obliqua per lavorare sulla sepoltura. Anche questo dettaglio aiuta a ricostruire la dinamica, ma non permette di identificare l’autore.

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