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Cronaca 3 min di lettura1 ora fa

Otto anni per violenza sessuale, ma il condannato è sparito: la paura della vittima

L’uomo, riconosciuto colpevole dal tribunale di Torino, non era sottoposto a custodia cautelare e non è più stato rintracciato durante il processo.

La condanna è arrivata, ma dell’imputato non c’è traccia. Il tribunale di Torino ha inflitto otto anni di carcere a un 30enne originario della Tunisia per la violenza sessuale commessa il 29 giugno 2024, oltre a stabilire un risarcimento di 60mila euro. L’uomo, però, era libero e nel frattempo si è reso irreperibile.

La vittima, presente in aula con l’avvocata Giada Lust per la lettura della sentenza, ha raccontato di temere un nuovo incontro con l’aggressore. Il procedimento è proseguito anche senza la sua presenza, mentre resta sconosciuto il luogo in cui si trova.


La fuga dopo la mancata custodia

Il giudice per le indagini preliminari non aveva disposto una misura cautelare, ritenendo non concreto il rischio che l’indagato potesse sottrarsi alla giustizia. La previsione si è però rivelata infondata: il 30enne non ha partecipato alle udienze e, al momento della decisione, risultava ancora introvabile.

La Procura aveva chiesto una pena di nove anni. La difesa, rappresentata da Yuri Marchis, ha invece sollecitato l’assoluzione per insufficienza di elementi, pur riconoscendo l’attendibilità della persona offesa. L’avvocato ha sostenuto che non vi fossero prove sufficienti per attribuire al suo assistito la responsabilità della violenza.


L’aggressione nel parco

Quel sabato la donna stava facendo una corsa nel parco comunale del paese, in provincia di Torino, quando un uomo l’ha afferrata alle spalle. Durante la colluttazione ha cercato di reagire mordendolo con tale forza da perdere un dente; l’aggressore è poi scappato, mentre lei ha riportato gravi lesioni alle gambe.

La vittima è stata trasportata in ospedale e sottoposta a due interventi chirurgici. Un carabiniere intervenuto per primo ha riferito in aula di averla trovata incapace di reggersi in piedi a causa delle fratture e di averla sostenuta fino all’arrivo dell’ambulanza. Nella memoria della donna era rimasto anche un particolare dell’abbigliamento dell’uomo: una maglia rossa.

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La pista della cicatrice

Le indagini sono partite immediatamente con i controlli nel parco. La svolta è arrivata quando i militari hanno notato un uomo con una cicatrice sul braccio, incontrato mentre camminava con la compagna. Dopo averne verificato l’identità e averlo raggiunto nella sua abitazione, i carabinieri lo hanno accompagnato in caserma.

Secondo quanto emerso nel processo, il 30enne avrebbe ammesso i fatti e consegnato anche i vestiti indossati il giorno dell’aggressione. Nonostante la confessione, non era stata ritenuta necessaria una misura restrittiva in attesa del giudizio. Ora gli investigatori non hanno indicazioni certe sulla sua destinazione: tra le ipotesi c’è anche un possibile rientro in Tunisia, ma non esistono conferme.


Il trauma della vittima

Dopo l’aggressione, la donna ha dovuto usare le stampelle per un anno e tre mesi. Oggi è tornata a correre e prova, insieme alla famiglia, a ricostruire la propria quotidianità, pur senza considerare superato il trauma.

“Ho denunciato per le mie figlie: non deve più capitare niente di simile né a loro né a nessun’altra persona”, ha detto dopo la sentenza. La sorella e il marito, ascoltati durante il dibattimento, hanno descritto le conseguenze dell’accaduto sull’intero nucleo familiare: per molto tempo la donna ha avuto bisogno di assistenza e, secondo i loro racconti, nulla è tornato come prima.

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