7 ottobre, la tregua non basta: Israele alza l’allerta nel mondo
A tre anni dall’attacco di Hamas, il cessate il fuoco non ha cancellato i rischi: Gaza resta devastata, Israele teme nuove violenze e la pressione internazionale cresce.
Il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025 ha fermato le operazioni più intense e permesso lo scambio tra gli ultimi ostaggi israeliani e detenuti palestinesi. Tuttavia, la stabilità promessa non si è trasformata in una pace duratura: a tre anni dall’attacco di Hamas, la tensione rimane elevata in Israele, nella Striscia di Gaza e anche fuori dal Medio Oriente.
Le autorità israeliane hanno rafforzato le misure di sicurezza per il terzo anniversario del 7 ottobre 2023, mentre il dibattito sulle responsabilità del fallimento che consentì l’incursione continua a intrecciarsi con la campagna elettorale prevista per la fine del mese. Nel frattempo, il mondo continua a chiedere una soluzione politica capace di evitare che la tregua diventi soltanto una pausa tra nuove fasi di combattimento.
La tregua non ha chiuso la crisi
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha sostenuto che l’intesa del 2025 non ha assicurato né protezione sufficiente né un adeguato accesso agli aiuti. Secondo il bilancio da lui citato, almeno 1.358 palestinesi sono morti nella Striscia dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco.
A Gaza la ricostruzione procede lentamente. Oltre un milione di persone vive ancora in campi provvisori e molte famiglie sono rientrate in edifici danneggiati, esposte anche al rischio di nuovi crolli. Per Guterres, il piano sostenuto dagli Stati Uniti avrebbe dovuto portare al disarmo di Hamas, al ritiro progressivo delle truppe israeliane, a una nuova amministrazione palestinese e alla ricostruzione dell’enclave, ma gran parte di questi obiettivi è rimasta ferma.
“Il compito urgente non è soltanto interrompere la guerra, ma impedire che un cessate il fuoco privo di soluzione politica diventi un conflitto permanente”, ha dichiarato Guterres nel richiamare le conseguenze umanitarie della crisi.
Israele teme nuovi attacchi
Nel sud di Israele l’attenzione delle forze di sicurezza resta massima. Yaniv Asor, generale di divisione e comandante del settore meridionale delle Forze di difesa israeliane, ha avvertito che un’azione contro civili o militari israeliani provocherebbe una “forte risposta”.
Parlando durante la cerimonia commemorativa organizzata dal Consiglio regionale di Eshkol, Asor ha ammesso che il mancato intervento a protezione del Paese il 7 ottobre rappresentò un grave fallimento dell’esercito. Ha però elogiato gli abitanti della zona, ricordando il loro ruolo nella difesa delle famiglie e delle abitazioni, e ha sottolineato che la ricostruzione non è ancora terminata.
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Il clima di allerta si estende anche all’estero. Il ministero israeliano per la Diaspora ha segnalato 262 proteste o iniziative considerate ostili a Israele in 37 Paesi, tra il 7 e il 14 ottobre. Per la giornata dell’anniversario ne sono state indicate 75, soprattutto negli Stati Uniti, in Spagna, Australia, Regno Unito e Italia.
Le immagini diffuse da Hamas
Alla vigilia dell’anniversario, le brigate al-Qassam hanno pubblicato fotografie e filmati inediti di Yahya Sinwar, realizzati poco prima della sua morte. Le immagini, ambientate negli ultimi giorni trascorsi a Rafah, sono state rilanciate da numerosi utenti accompagnandole con canti, poesie e messaggi celebrativi.
La diffusione del materiale viene interpretata come un tentativo di rafforzare l’immagine dell’organizzazione e contenere il malcontento interno. Hamas punta inoltre a preservare il proprio controllo sulla Striscia in vista dei futuri passaggi politici, mentre il quadro istituzionale dell’enclave resta ancora indefinito.
Il giorno che ha cambiato la regione
Il 7 ottobre 2023 uomini di Hamas colpirono basi militari, comunità di confine, kibbutz e il festival musicale Nova. Molti civili furono uccisi nelle abitazioni o durante la fuga; il bilancio fu di circa 1.200 morti. Più di 250 persone vennero catturate e portate nella Striscia attraverso la rete di tunnel.
L’operazione sorprese l’esercito e i servizi d’intelligence israeliani. Benjamin Netanyahu proclamò quindi lo stato di guerra e ordinò l’avvio dell’offensiva su Gaza, dando inizio a una crisi regionale che, nonostante la tregua, resta irrisolta.
Negli Stati Uniti, l’Israeli-American Council ha intanto scritto a oltre 100 atenei, comprese tutte le università della Ivy League, chiedendo di prepararsi a possibili scontri. È un ulteriore segnale di come gli effetti del 7 ottobre continuino a riflettersi ben oltre i confini di Israele e dei territori palestinesi.
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