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Cronaca 4 min di lettura1 ora fa

Omicidi, l’Italia è tra le più sicure d’Europa: il lato oscuro resta in casa

Il calo della violenza mafiosa ha portato il Paese ai livelli più bassi dell’Unione, ma gli omicidi delle donne seguono una dinamica diversa e spesso familiare.

Il bilancio degli omicidi femminili mostra il limite più evidente del successo italiano: la diminuzione complessiva della violenza non ha inciso allo stesso modo su uomini e donne. Nel 2024 l’Istat ha individuato 106 femminicidi presunti su 116 donne uccise; in circa l’86% dei casi l’omicidio è avvenuto in un contesto familiare o affettivo.

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La violenza sulle donne non arretra allo stesso

La fascia d’età più esposta non è quella delle giovani. Il rischio cresce con il passare degli anni e raggiunge il livello maggiore tra le donne di 75-84 anni, con 0,81 vittime ogni 100mila abitanti: spesso l’autore è il partner oppure un familiare.

La serie storica dell’Istat evidenzia una distanza netta rispetto all’andamento degli omicidi maschili. Tra il 1992 e il 2018 il tasso degli uomini è sceso da 4 a 0,7 ogni 100mila abitanti, mentre quello femminile è passato da 0,6 a 0,4. Il rapporto tra uomini e donne uccisi, così, è cambiato da cinque a uno a circa due a uno. Nel 2023, inoltre, a livello europeo una donna aveva una probabilità doppia rispetto a un uomo di essere uccisa dal partner o da un familiare: 0,4 contro 0,2 ogni 100mila abitanti.


Mafie meno visibili, non scomparse

È in questo quadro che Eurispes invita a non confondere il numero ridotto degli omicidi con la scomparsa della criminalità organizzata. Nel report l’istituto osserva: «Un tasso di omicidi basso non equivale all’assenza di criminalità organizzata». Le mafie, secondo l’analisi, hanno modificato strumenti e obiettivi, privilegiando l’infiltrazione nell’economia, la corruzione e forme di pressione meno riconoscibili rispetto alla violenza armata.

La diminuzione degli omicidi ha riguardato soprattutto la componente mafiosa. Tra il 1983 e il 2018 alle organizzazioni criminali di tipo mafioso sono stati attribuiti 6.681 delitti, il 95,6% dei quali concentrato in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Nel periodo 1988-1992 questi omicidi costituivano circa un terzo del totale nazionale; tra il 2013 e il 2017 la quota era scesa al 9,1%.


Il dato italiano nel confronto europeo

Nel 2023 l’Italia ha registrato un tasso standardizzato di mortalità per omicidio pari a 0,4 ogni 100mila abitanti. La media dell’Unione europea si è fermata a quasi 0,7, collocando il Paese, insieme a Germania e Malta, nel gruppo con i valori più contenuti. Il divario è ampio rispetto a Svezia, Estonia e Lussemburgo, tutte a 1,1, alla Lituania, a 1,5, e alla Lettonia, a 1,7.

Anche il dato elaborato dalle forze di polizia e rielaborato dall’Istat conferma la posizione italiana: nel 2023 gli omicidi volontari erano 0,57 ogni 100mila abitanti, contro 0,91 nella media europea. Considerando i 26 Paesi dell’Unione con informazioni disponibili, il valore italiano risultava il più basso insieme a quello della Slovenia, con Malta davanti nella graduatoria indicata dal rapporto.


Dalle stragi al crollo dei delitti

La situazione odierna è il risultato di una trasformazione lunga oltre un secolo. Tra il 1891 e il 1895 in Italia si contavano quasi 2.000 omicidi all’anno, pari a 5,9 ogni 100mila abitanti; nel periodo 2020-2024 la media è scesa a poco più di 300 casi annui, con un tasso inferiore a 0,6.

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La curva aveva però raggiunto un nuovo punto critico tra gli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta. Nel 1991 furono registrati 1.916 omicidi, equivalenti a 3,4 ogni 100mila abitanti; il 37,5% era riconducibile alle organizzazioni mafiose. Tra il 1985 e il 1991 i delitti erano aumentati di 992 unità e 522 di questi erano legati a mafia, camorra e 'ndrangheta.

Dopo quel picco, la discesa è stata molto rapida: 1.461 omicidi nel 1992, 1.065 nel 1993, 746 nel 2000 e 327 nel 2024. Nel complesso, la riduzione supera l’80%.


Una geografia meno prevedibile

I dati regionali del 2023 non ripropongono in modo automatico il tradizionale divario tra Nord e Sud. La Sardegna presenta il tasso più elevato, con 0,86, seguita dalla Valle d’Aosta con 0,68 e dall’Abruzzo con 0,65. Vengono poi la Provincia autonoma di Trento e la Puglia, entrambe a 0,55, e le Marche a 0,54.

Tra i valori più bassi figurano il Friuli Venezia Giulia, a 0,11, l’Umbria, a 0,19, Bolzano, a 0,20, la Lombardia, a 0,25, la Campania, ancora a 0,20, e la Basilicata, a 0,22. Calabria e Sicilia, rispettivamente a 0,39 e 0,38, risultano sotto Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, Toscana e Lazio.

La media semplice dei dati regionali assegna 0,38 al Nord, 0,43 al Centro e 0,46 al Mezzogiorno. Se si esclude la Sardegna, il Sud continentale insieme alla Sicilia scende a 0,40, un livello sostanzialmente analogo a quello settentrionale. Nel 2018, invece, la distanza era ancora marcata: 0,83 nel Mezzogiorno contro 0,43 nel Centro-Nord.


Perché la violenza mafiosa è diminuita

La svolta è arrivata dopo la stagione delle stragi, quando lo Stato ha rafforzato investigazioni, strumenti giudiziari e sistema penitenziario. Agli arresti dei vertici criminali si è affiancato il ricorso crescente ai collaboratori di giustizia, mentre le faide interne hanno perso intensità.

Le organizzazioni mafiose hanno inoltre ridotto l’uso della violenza plateale, soprattutto quando gli omicidi attiravano una reazione istituzionale più dura. Il risultato non indica la cancellazione della criminalità, ma il ridimensionamento di una componente eccezionale per intensità: gli scontri tra gruppi, le faide e l’impiego delle armi da fuoco.

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