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Cronaca 3 min di lettura8 min fa

Movimento 17 ottobre, la rabbia non si ferma: «Alzeremo l’asticella»

I giovani coinvolti nei saccheggi di Milano spiegano le ragioni della protesta e annunciano nuove mobilitazioni contro un futuro che definiscono senza prospettive.

La promessa è tornare nelle strade, con una mobilitazione più organizzata e una pressione crescente sul governo. I giovani che si riconoscono nel neonato Movimento 17 ottobre, indicato come protagonista dei saccheggi e degli scontri avvenuti nel centro di Milano, descrivono le proprie azioni come la conseguenza di una rabbia maturata tra precarietà, esclusione e paura del domani.

Nelle loro parole, raccolte al telefono, non c’è però l’intenzione di fermarsi. Il gruppo sostiene di voler trasformare la protesta spontanea in uno spazio politico stabile, pur senza partiti o sindacati alle spalle.

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La paura di un futuro senza garanzie

Secondo i giovani intervistati, all’origine della mobilitazione ci sono il costo della vita, i salari insufficienti e la difficoltà di trovare opportunità dopo la scuola. Contestano inoltre i tagli a istruzione e università, mentre le risorse pubbliche vengono indirizzate verso le spese militari. «Abbiamo paura del futuro: se il nostro futuro è la morte, perché veniamo sfruttati con tirocini su tirocini?», affermano, collegando il disagio anche alla crisi della sanità e all’incertezza sulle pensioni.

Il movimento sarebbe nato in modo spontaneo, raccogliendo richieste diverse a seconda delle città: povertà, caro vita, finanziamenti per la scuola e difesa dei servizi pubblici. Gli aderenti negano il coinvolgimento di strutture politiche o sindacali e sostengono che siano soltanto i giovani a dare una forma collettiva alla protesta.

La presenza di minorenni, compresi ragazzi di 11 e 12 anni, viene spiegata come la ricerca di un luogo in cui poter parlare e manifestare il proprio disagio. I più giovani, secondo questa lettura, temono di ritrovarsi senza prospettive e vedono nella scuola un percorso che non offre più certezze.


La violenza rivendicata come risposta

Di fronte alle accuse di teppismo, gli esponenti del movimento chiedono di concentrarsi sulle rivendicazioni e non soltanto sui metodi scelti. Quanto ai negozi e ai supermercati colpiti, sostengono che la violenza esplosa nelle piazze sarebbe una reazione a una condizione di oppressione quotidiana.

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La scelta del centro di Milano viene ricondotta alla distanza percepita tra quei quartieri, associati alla ricchezza e al turismo, e la vita di chi si sente escluso. «Perché dovremmo voler bene a un mondo che ci esclude e ci demonizza?», è la domanda posta dagli intervistati, che ammettono tuttavia come la rabbia non sia guidata da un piano razionale.

Il gruppo afferma inoltre che le manifestazioni non nascono soltanto dagli ultimi avvenimenti. Il malessere, spiegano, avrebbe iniziato a consolidarsi durante la pandemia da Covid, quando per molti giovani sarebbe venuta meno ogni prospettiva positiva.


Il progetto per le prossime settimane

Dopo le proteste milanesi, l’obiettivo dichiarato è costruire un’organizzazione più solida, tornare in piazza e rendere le decisioni più consapevoli. Il movimento riconosce di non disporre ancora degli strumenti necessari, ma sostiene di volerli sviluppare attraverso assemblee, incontri e iniziative dal basso.

Gli aderenti non parlano della nascita di un partito tradizionale, bensì della conquista di uno spazio politico che ritengono sia stato loro negato. «Vogliamo organizzarci, tornare in piazza, strutturarci meglio ed essere più lucidi nelle scelte», affermano.

Nelle prossime settimane, secondo la loro previsione, la mobilitazione potrebbe trasformarsi in una manifestazione ampia, sul modello di quanto accaduto in Francia e in Albania, con l’obiettivo di aumentare la pressione sull’esecutivo. Il movimento accusa le istituzioni di rispondere soltanto con manganelli, lacrimogeni e idranti e sostiene che un eventuale irrigidimento delle forze dell’ordine potrebbe alimentare nuovi episodi di violenza.

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