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Cronaca 1 min di lettura1 ora fa

Mieloma, la prima recidiva cambia strategia: arriva belantamab

L’autorizzazione di Aifa apre all’uso di belantamab mafodotin, trattamento endovenoso pensato per tenere sotto controllo la malattia con somministrazioni diluite nel tempo.

La gestione del mieloma multiplo alla prima recidiva si arricchisce di una nuova possibilità terapeutica. Aifa ha dato il via libera a belantamab mafodotin, un anticorpo farmaco-coniugato diretto contro BCMA, indicato come trattamento d’elezione in questa fase della malattia.

Secondo Francesca Gay, professoressa associata di Ematologia all’Università di Torino e dirigente medico di primo livello presso l’Ematologia universitaria dell’Aou Città della Salute e della Scienza, il farmaco combina risultati incoraggianti e una gestione pratica adatta alle strutture presenti sul territorio.

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Una cura pensata per il territorio

Il trattamento viene somministrato per via endovenosa, ma non richiede accessi molto ravvicinati: la cadenza iniziale è mensile e può diventare ancora più ampia con il proseguire della terapia. Questa caratteristica, unita alla modalità di infusione, ne consente l’impiego nelle diverse unità di ematologia.

Gay sottolinea che l’obiettivo non riguarda soltanto il controllo della malattia, risultato ritenuto migliore rispetto agli standard, ma anche la possibilità di offrire la terapia in modo capillare. «Può essere somministrata in qualsiasi unità di ematologia e con pochi effetti collaterali», ha spiegato l’ematologa commentando l’autorizzazione del farmaco.

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Dose modulabile e qualità di vita

Un elemento rilevante per i pazienti è la possibilità di adattare il calendario delle infusioni alla risposta ottenuta e alla tollerabilità. La terapia può partire con una frequenza maggiore, per poi essere rimodulata quando emergano problemi o quando l’andamento clinico lo renda opportuno.

Tra gli aspetti da monitorare figura in particolare la tossicità oculare, che può comparire durante il percorso. In caso di questo effetto indesiderato, la riduzione della frequenza delle somministrazioni può migliorare la tollerabilità senza compromettere, secondo Gay, il controllo della malattia. «La modulazione del trattamento può garantire ai pazienti il recupero di una migliore qualità di vita», ha concluso la specialista.

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