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Cronaca 3 min di lettura1 ora fa

Microcitoma polmonare, la corsa contro il tempo parte dalla diagnosi

Un’indagine su 60 pazienti fotografa ritardi, divari regionali e carenze nell’accesso alle cure, mentre un documento propone cinque linee d’intervento

Per il 57% delle persone colpite da microcitoma polmonare, la fase più difficile dell’intero percorso coincide con la diagnosi. È il dato centrale di un’indagine nazionale condotta da Elma Research su 60 pazienti, dalla quale emerge una presa in carico spesso rallentata da sintomi trascurati, attese, distanze e differenze tra territori.

La patologia, la forma più aggressiva di tumore polmonare per rapidità di crescita e diffusione precoce, interessa ogni anno tra 4.000 e 6.000 persone in Italia. I risultati della ricerca hanno alimentato il documento “Microcitoma polmonare in Italia: verso nuovi scenari”, promosso da PharmaMar Italia con il coinvolgimento di specialisti, associazioni e rappresentanti delle Istituzioni.


La diagnosi resta il passaggio più fragile

Secondo l’indagine, nel 42% dei casi i primi segnali della malattia non sono stati riconosciuti oppure sono stati sottovalutati. Il 38% degli intervistati ha inoltre segnalato ostacoli nell’ottenere gli esami necessari: la quota sale al 52% nel Sud. I tempi d’attesa per visite e accertamenti hanno rappresentato un problema per il 37% dei partecipanti, con un valore massimo del 53% nell’Italia centrale.

Nel 17% delle situazioni il percorso è iniziato dal Pronto Soccorso, circostanza compatibile con la rapidità di evoluzione della malattia e con diagnosi che possono arrivare quando il tumore è già in fase avanzata. Silvia Novello, presidente di Walce Aps, ha sottolineato: «Nel microcitoma polmonare il fattore tempo è determinante». A suo avviso, occorre accorciare l’intervallo tra comparsa dei sintomi, identificazione della patologia e avvio delle cure, rafforzando il ruolo dei medici di medicina generale.


Cure e servizi cambiano da regione a regione

Le difficoltà proseguono anche dopo l’identificazione del tumore. Più della metà dei pazienti deve affrontare spostamenti rilevanti per raggiungere il centro di riferimento, mentre il 72% considera urgente una migliore integrazione tra appuntamenti, esami e trattamenti.

L’accesso alle possibilità terapeutiche più recenti appare disomogeneo: solo il 38% ritiene di aver ricevuto tutte le cure disponibili e appena il 15% ha preso parte a studi clinici o ha avuto accesso a trattamenti sperimentali. Marcello Tiseo, direttore della Uoc di Oncologia medica dell’Azienda ospedaliero universitaria di Parma, ha evidenziato la necessità di ridurre i tempi per i farmaci innovativi già valutati positivamente, soprattutto in un ambito dove il bisogno clinico non soddisfatto rimane elevato.

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Il peso sulla vita coinvolge le famiglie

Il 90% dei partecipanti riferisce conseguenze importanti sulla qualità della vita, ma soltanto il 23% ha ricevuto assistenza psicologica. A ciò si aggiunge il ruolo dei familiari: l’82% dei pazienti può contare su una persona che garantisce un supporto continuativo, spesso senza strumenti adeguati per gestire il carico emotivo e gli aspetti pratici dell’assistenza.

Carmen Maglio, volontaria e persona che assiste un familiare per Alcase Italia, ha spiegato: «Il carcinoma polmonare a piccole cellule è il paradigma di una patologia in cui la fragilità clinica è inscindibile dalla fragilità del percorso di cura». Tra le esigenze indicate figurano l’inserimento strutturale della psico-oncologia nei percorsi assistenziali, il riconoscimento del familiare come parte della cura e la proposta sistematica della partecipazione agli studi clinici.


Cinque mosse per ridurre le disparità

Il documento individua cinque priorità. La prima punta a far conoscere meglio i segnali iniziali e a valorizzare il medico di medicina generale; la seconda chiede un coordinamento multidisciplinare e percorsi diagnostico-terapeutici più uniformi. La terza riguarda l’accesso rapido alle terapie innovative e alla ricerca clinica.

Le ultime due proposte riguardano il sostegno e l’equità. Da un lato si chiede di includere l’aiuto psicologico nel trattamento e di riconoscere formalmente il ruolo del familiare che assiste; dall’altro si propone di ridurre gli svantaggi legati alla regione di residenza e agli oneri organizzativi degli spostamenti.

L’obiettivo complessivo è spingere le Istituzioni nazionali e regionali a coordinare meglio i diversi livelli di assistenza, rendendo più omogenei i percorsi e limitando le differenze territoriali. PharmaMar Italia, attraverso il suo Country Manager Oncology Davide Roccato, ha definito il documento un punto di partenza per trasformare le evidenze raccolte dai pazienti in interventi più tempestivi, sostenibili ed equi.

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