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Cronaca 2 min di lettura5 giorni fa

Meloni e la circolare del 1990: il testo che riapre lo scontro

Nel documento del 26 luglio 1990 si parla di alunni stranieri, integrazione e organizzazione della scuola: ecco i passaggi finiti nel dibattito politico con il Colle.

La questione non riguarda solo una vecchia circolare: dentro quel testo del 1990 c’è l’impianto con cui la scuola italiana provava a gestire l’arrivo di studenti stranieri, tra integrazione, supporto linguistico e coordinamento territoriale. È il documento richiamato nel confronto tra Giorgia Meloni e il Quirinale.


Il nodo vero è l’integrazione scolastica

La circolare ministeriale del 26 luglio 1990, n. 205, nasceva in un contesto segnato dall’aumento dei flussi migratori e dalla nuova normativa sull’immigrazione. Il ministero spiegava che, soprattutto nella scuola dell’obbligo, servivano indicazioni più precise per affrontare un fenomeno già allora considerato complesso. Per gli studenti comunitari esistevano regole specifiche, mentre per quelli extracomunitari il quadro era molto più limitato e veniva definito ancora parziale.

Il testo insisteva sul fatto che gli interventi non potevano essere uguali ovunque. Le linee di lavoro, infatti, dovevano nascere in sede locale, sulla base dei bisogni reali, delle risorse disponibili e della conoscenza concreta delle situazioni.


I numeri fotografano una presenza diffusa

La ricerca citata nel documento, relativa all’anno scolastico 1988-89 e promossa dal Centro studi emigrazioni di Roma insieme al ministero, offriva una prima fotografia del fenomeno. Tra gli alunni stranieri censiti dalle scuole che avevano risposto, il 14,3% era nella scuola dell’infanzia, il 46,3% alle elementari, il 20,3% alle medie e il 19,1% alle superiori. L’86% risultava inserito nelle scuole statali.

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Sul piano geografico, circa un terzo degli studenti stranieri proveniva dall’Europa; dentro questo gruppo, il 44% arrivava da Paesi CEE e il 56% da Stati extra-CEE. Asia e Africa contribuivano ciascuna per un quinto del totale. In tutto, gli alunni risultavano provenire da 114 Paesi diversi, con una presenza che andava dai cinesi, indicati al 6,6%, agli jugoslavi al 5,8%, fino a polacchi, statunitensi, marocchini, tedeschi ed etiopi.


Scuole, famiglie e percorsi diversi

Nel documento si sottolineava anche che, nella maggior parte dei casi, le scuole segnalavano uno o due studenti stranieri; gli istituti con più di 20 presenze erano pochi e concentrati soprattutto nelle grandi città. Da qui la distinzione tra chi poteva stabilizzarsi in Italia, chi era solo di passaggio e chi arrivava con l’obiettivo di trovare lavoro temporaneo: situazioni diverse, con aspettative e necessità educative differenti.

Per questo la circolare prevedeva un lavoro più strutturato a livello periferico: comitati o gruppi di lavoro presso i Provveditorati, un ufficio di riferimento, rapporti con enti locali, sindacati, associazioni professionali e comunità straniere. Al momento dell’ingresso a scuola, inoltre, veniva richiesta una valutazione iniziale dell’alunno per stabilire la classe di iscrizione e costruire un percorso personalizzato. Il testo ricordava infine che gli studenti stranieri restano prima di tutto alunni, con storie e bisogni individuali da considerare.

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