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Cronaca 3 min di lettura5 min fa

Maranza, da Jovanotti alle bande in strada: come è cambiato il termine

La Prof Anna ricostruisce origini, trasformazioni e ambiguità di una parola tornata popolare dagli anni Ottanta all’epoca dei social

Dietro la parola “maranza” c’è una storia più lunga di quanto suggerisca il suo recente successo. Il termine circolava già negli anni Ottanta per descrivere giovani delle periferie urbane, spesso riuniti in gruppo e associati a modi considerati rozzi, ma dal 2019 ha assunto un significato più duro e riconoscibile.

A ricostruirne l’evoluzione è la Prof Anna, pseudonimo di una linguista che ogni giovedì cura una rubrica sulla pagina Facebook di Zanichelli. Secondo la studiosa, il passaggio dal vecchio uso al significato contemporaneo è legato anche alla diffusione dei social e ai cambiamenti culturali intervenuti nel frattempo.

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Da Jovanotti alle periferie urbane

La prima presenza documentata del termine risale al 1988, quando Jovanotti lo inserì nella canzone “Il capo della banda”. All’epoca “maranza” indicava una persona ritenuta rozza, appariscente e incline a muoversi insieme ad altri ragazzi: un significato vicino a quello di “coatto” o “tamarro”.

Sull’origine della parola non esiste però una spiegazione definitiva. Una delle ipotesi la collega a un vocabolo meridionale usato per indicare la melanzana, poi fuso con riferimenti come Marocco o Marrakesh: l’associazione avrebbe potuto richiamare, in modo stereotipato, persone del Sud o una carnagione più scura.

Un’altra ricostruzione chiama in causa Maranz, marchio di apparecchi per la riproduzione musicale. Il riferimento sarebbe ai giovani che ascoltavano musica ad alto volume. A Bologna, negli stessi anni, si utilizzava soprattutto “maraglio”, parola considerata equivalente a “maranza” nell’uso milanese.


Il significato è diventato più preciso

Oggi i due vocaboli non possono più essere considerati perfetti sinonimi. Nella definizione dello Zingarelli 2026, “maranza” identifica un giovane inserito in gruppi di ragazzi, spesso vestiti con tute scure e cappuccio, descritti come molesti verso i passanti.

La figura contemporanea è quindi molto più standardizzata: comprende abiti firmati, un cappellino portato in un modo caratteristico e comportamenti che possono arrivare alla molestia o alla criminalità. “Maraglio”, invece, resta una categoria più ampia e riguarda soprattutto atteggiamenti esibizionistici o scelte estetiche giudicate poco raffinate.

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A Bologna “maraglio” viene usato anche come aggettivo e può riferirsi soltanto a un aspetto della persona. Si può essere maragli per i propri gusti musicali o per il modo di mettersi in mostra, senza esserlo necessariamente in ogni altro ambito. “Maranza”, al contrario, è un sostantivo invariabile.


Genere, razzismo e nuova diffusione

La parola non cambia forma al femminile. L’unica variante attestata è “maranzina”, anch’essa impiegata con valore negativo. Per “maraglio”, invece, il femminile “maraglia” è normalmente utilizzato nel dialetto bolognese.

Resta aperta anche la questione del possibile carattere razzista. La Prof Anna ritiene che il termine non sia automaticamente razzista, poiché nella categoria rientrano persone diverse e non soltanto giovani di seconda generazione. A fare la differenza, spiega, è soprattutto il contesto in cui la parola viene pronunciata.

Più incerta è l’etimologia di “maraglio”: il vocabolo non compare nei principali dizionari storici né in quelli dedicati al bolognese. L’ipotesi ritenuta più plausibile lo avvicina a “umarell” e a una base dialettale collegata a idee come omarello, tipo o personaggio.

La ripresa di “maranza” dal 2019 non sarebbe dunque casuale. Il termine attuale conserva alcuni tratti del significato originario, mentre diversi ragazzi lo hanno recuperato anche per provocazione e per autodefinirsi. L’evoluzione linguistica, conclude la linguista, non procede secondo un percorso rigido: parole e significati cambiano attraverso l’intreccio di fenomeni sociali e culturali.

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