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Cronaca 5 min di lettura6 giorni fa

Le parole che cambiano la politica: la lezione di Di Gregorio

Dalla difesa europea al cuneo fiscale, Luigi Di Gregorio spiega perché una misura può fallire nella percezione se viene raccontata con il linguaggio sbagliato.

La partita politica non si gioca soltanto sulle decisioni adottate, ma anche sui termini scelti per descriverle. È questa la tesi centrale di Luigi Di Gregorio, professore di Comunicazione pubblica all’Università della Tuscia e autore di *La battaglia cognitiva*, in uscita nei prossimi giorni per Rubbettino.


Le parole orientano il giudizio

Secondo Di Gregorio, ogni espressione costruisce una cornice mentale e può indirizzare il modo in cui il pubblico interpreta una scelta. Nei temi più divisivi, la distanza tra “utero in affitto” e “gestazione per altri”, oppure tra “termovalorizzatore” e “inceneritore”, non è soltanto lessicale: le due formule descrivono lo stesso ambito con implicazioni molto diverse.

Il caso di “ReArm Europe” mostra però che una cornice comunicativa può produrre l’effetto opposto a quello desiderato. “ReArm genera un frame”, spiega il docente, ma in quel caso si trattava di “un frame opposto a quello che avrebbero voluto generare”. La formula scelta per il piano europeo sulla difesa è stata poi sostituita da “Readiness 2030”, ritenuta meno esposta a reazioni negative.


Difesa, sicurezza e innovazione

Nel marzo 2025 Ursula von der Leyen aveva presentato il programma europeo con il nome “ReArm Europe”. Dopo poche settimane la Commissione europea aveva optato per “Readiness 2030”, anche perché il termine inglese “rearm” poteva creare sensibilità in alcuni Paesi e complicare la spiegazione delle misure ai cittadini. Paula Pinho, portavoce della Commissione, aveva riconosciuto il problema.

Per Di Gregorio, tuttavia, il cambio di etichetta è arrivato quando la prima espressione era già entrata nel dibattito pubblico. Il tema non riguarda soltanto il nome, ma il contenuto concreto da trasmettere: gli investimenti nella difesa potrebbero essere presentati come strumenti per proteggere infrastrutture, reti e servizi essenziali, non solo come acquisti militari.

“Dobbiamo evitare che con un click possa deragliare un treno in Italia, possa non funzionare il 118”, osserva il professore. In questa prospettiva, la sicurezza comprende la difesa da attacchi informatici capaci di bloccare trasporti, emergenza sanitaria, sistemi finanziari o altre funzioni quotidiane.

Un secondo elemento è rappresentato dalla ricerca. Le risorse destinate al comparto militare possono contribuire allo sviluppo di robotica, tecnologie digitali e capacità produttive. Per questo, nella comunicazione pubblica, sarebbe importante chiarire quali competenze industriali e tecnologiche si intendono costruire.


Quando il linguaggio diventa una barriera

Il medesimo ostacolo ricompare nelle politiche economiche. Espressioni come “cuneo fiscale”, “cuneo contributivo” e “fringe benefit” sono familiari agli addetti ai lavori, ma possono risultare oscure a chi ascolta un ministro in televisione. Di Gregorio definisce il fenomeno “maledizione della conoscenza”: chi frequenta a lungo un settore finisce per dimenticare quanto il suo vocabolario sia distante da quello del pubblico.

Il passaggio dalla formula tecnica all’effetto concreto, secondo il docente, è decisivo. “Il cuneo fiscale quando vai in tv deve diventare: ti ho messo 100 euro in più in busta paga. Fine”. Anche la misura degli 80 euro di Renzi veniva resa riconoscibile nel cedolino, dove comparivano il riferimento normativo e, tra parentesi, la parola “RENZI”.

Una difficoltà simile riguarda la “pressione fiscale”. Se il prodotto interno lordo resta stabile e aumentano le entrate grazie al recupero dell’evasione, il rapporto tra gettito e Pil può salire senza che sia stata modificata un’aliquota per i contribuenti già in regola. Confondere questi elementi significa sovrapporre un indicatore generale, le aliquote e l’importo versato dal singolo.

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Nel confronto politico, alcuni esponenti del governo hanno replicato a chi parla di tasse più alte chiedendo di indicare quale imposta sarebbe stata aumentata negli ultimi quattro anni. Di Gregorio considera questa risposta efficace perché prova a trasformare un dato macroeconomico in una domanda facilmente verificabile.


Sanità e acronimi, il problema resta

Anche il nome “case della comunità” può generare equivoci. Si tratta di presidi territoriali sanitari, ma l’espressione, secondo sondaggi citati da Di Gregorio sulla base della sua attività di consulenza, viene associata da quasi sette cittadini su dieci a strutture comunali, centri sociali o servizi locali. Il precedente “case della salute”, osserva, richiamava con maggiore immediatezza la funzione assistenziale.

Gli acronimi ampliano la distanza tra istituzioni e cittadini. Il Pnrr è diventato noto, anche se nel frattempo è vicino alla conclusione, mentre sigle come Pac, cioè Politica agricola comune, e Fesr, Fondo europeo di sviluppo regionale, restano meno comprensibili fuori dagli ambienti amministrativi.

Lo stesso vale per il termine “filiera”. Per evitare ambiguità, sostiene il professore, spesso sarebbe sufficiente parlare di “aziende” e spiegare direttamente quali soggetti sono coinvolti. Il punto non è impoverire il linguaggio, ma renderlo accessibile a chi non possiede già il contesto necessario.


Dal provvedimento alla vita reale

La comunicazione istituzionale tende a concentrarsi su ciò che è stato fatto: stanziamenti, investimenti, approvazioni e nuovi interventi. Il cittadino, però, tende a chiedersi quale conseguenza concreta producano quelle decisioni nella sua vita. Da qui la differenza tra semplice rendicontazione e comunicazione efficace.

Di Gregorio indica nell’abolizione del bollo auto un esempio di misura immediatamente percepibile. Chi possiede un’automobile può controllare i kilowatt del veicolo e capire senza calcoli complessi se il provvedimento lo riguarda. Al contrario, molti interventi restano confinati alla conoscenza di ministeri e portatori di interesse, senza diventare esperienza riconoscibile per la maggioranza degli elettori.

“Gli stakeholder le sanno, ma gli altri no. Alla fine il voto non lo decidono gli stakeholder”, sintetizza il docente. Il rischio, in questi casi, è che un esecutivo accumuli decisioni e risultati senza riuscire a tradurli in una percezione pubblica coerente.

La riflessione è al centro del nuovo libro di Di Gregorio. Prima ancora di scegliere quali numeri presentare o quali risultati rivendicare, la politica deve individuare le parole capaci di far comprendere ciò che sta realmente cambiando.

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